Patrizia Cadau

scrivere per diletto e per difetto.
domenica, 05 aprile 2009

l'odore di Sofìa

Per un sacco di tempo ho raccontato a me stesso che quella donna era fuori dalla mia vita.

 

L’ultima volta che l’avevo vista l’avevo tenuta stretta tra le braccia, sul marciapiede del binario 13, stazione centrale, Milano. Sentivo la pelliccia morbida del suo bavero mischiarsi alla morbidezza dei suoi capelli ramati, e sentivo le sue lacrime bagnare le mie, mentre la stringevo forte, tenendola in equilibrio sui suoi tacchi troppo alti e precari.

Lei piangeva, abbandonata a me, perché sapeva che era l’ultima volta che mi vedeva, che mi strattonava, che si scompigliava i capelli strusciandoli sul mio cappotto.

Lei lo sapeva.

Io no, andavo a studiare in un altro paese, andavo per lei, per noi, per i bambini che avevamo sognato, come tutti quelli che sognano di riprodursi e generarsi ancora prima di conoscere qualcosa di se stessi che valga la pena di rigenerare.

Io salivo sul treno e ricordo il suo viso tra i tanti, confuso, lo vedevo velato dalle lacrime che non avevo mostrato per orgoglio ma che adesso risalivano leste dalle pareti primordiali della mia emotività fino alle iridi, ricordo bene quel piccolo corpo sperduto nella confusione di zaini, valige, capistazione, personale, gente, ragazzi, comitive.

Io ricordo che andavo per noi.

 

Per mesi rimasi aggrappato a quel momento, uncinato nella carne dei miei pensieri e delle mie debolezze; per settimane, non seppi dire dove lei fosse o cosa facesse. Per anni aggrappato al sopravvivere, nelle mie ore di pausa, nelle lunghe serate a pensare nella mia nuova lingua, a studiarla, non sapevo dire nient’altro a me stesso se non che quel pianto irrefrenabile in quel binario era solo il pianto d’addio di qualcuno che avrebbe voluto dire, appunto, addìo, con colpa e sollievo. Né gli amici potevano aiutarmi giacchè Sofia era sparita anche dalla loro routine.

 

Diversi anni dopo quando tornai in Italia, con il mio dottorato e il posto in università, ero sposato con Corinne, avevo due bambini, Jean Luc e Rose.

Corinne mi aveva sedotto a Parigi durante un congresso, tra il 2° e il 5° piano dell’Hotel Jardins d’Eiffel appoggiando la sua mano sul mio sedere e baciandomi per tre piani senza neanche darmi il tempo di reagire, di reagire lì in quel contesto ottuso quanto può esserlo la gabbia di un ascensore.

La seguii fino alla camera 34  in preda ad un istinto tropizzato, come i salmoni che risalgono la corrente e io risalìì dai suoi piedi, centimetro dopo centimetro in ogni angolo della sua pelle, richiamato dal suo sesso fino a penetrarla e gemere per quelle mani affusolate che mi solleticavano, incalzavano il ritmo come un fantino col suo cavallo, e io docile mi abbandonavo al suo silente volere.

Pensavo fosse il diversivo di una notte, il conseguimento dei miei sforzi e del mio lavoro, la ricerca scientifica, i congressi, le carte di credito, una colta e bella donna che ti rimorchia in ascensore senza l’ossessiva ricerca del perché, del se e del ma.

Invece nacque Jean Luc, e ancora prima il nostro matrimonio.

Voluto, pensato, amato, terribilmente invidiato. E poi la piccola Rose.

 

Un giorno Corinne cadde a terra.

Ischemia sentenziò il primario della clinica privata dove la ricoverai d’urgenza. Corinne era sprofondata in uno stato di sonno profondo.

Durante un pomeriggio entrò per il suo turno l’assistente del cardiologo.

Ero girato di spalle verso la finestra, ma in un attimo percepii qualcosa di familiare e antico muoversi fra le molecole di quella stanza e riconobbi nel riflesso della vetrata il profilo di Sofia che avanzava verso Corinne.

Mi girai di scatto.

Ed un turbinio di pensieri cominciarono ad affastellarsi confusi sullo zerbino felpato della mia lingua e della mia voce, schizzando fuori scomposti, quasi senza logica, “Cosa ci fai qui tu?” “Dove sei stata?” “Perché sei sparita?” e non aspettavo le risposte che subito la premevo con qualcos’altro qualcosa che riaffiorava dalle stamberghe della Normandia, o dalle lunghe passeggiate sulla Senna a gorgogliare dentro come quelle acque gelide.

 

Sofia aveva avuto il linfoma di Hodgkin, lo sapeva da poco quando ci salutammo quel lontano pomeriggio d’inverno, non voleva ostacolare la mia carriera, non voleva che io rinunciassi a niente di me per seguirla nelle sue lunghe e interminabili cure, aveva subito in seguito una mastectomia, ma era riuscita a laurearsi e in tutti quegli anni aveva pensato soltanto alla sua vita.

Per non vedere nessuno intorno a lei preoccuparsi. Per non subire pietà e  compassione.

Così lei mi aveva raccontato nella sala d’aspetto, con un bicchierino di carta oleoso emanante fragranza di caffè rancido di macchinetta.

In quei pomeriggi, surreali, una donna scomparsa era riapparsa e una che invece era scomparsa non sapevo se sarebbe riapparsa, e per quante cose io mi domandassi, ero certo di non avere mai dimenticato Sofia, sapevo di essermela portata dentro tra le lacrime e le emozioni, e per quanto amassi Corinne, io ero sprofondato nel pozzo della vigliaccheria per non averlo capito prima,  e per quell’assurdo desiderio che Corinne non si svegliasse più mi sentivo scivolare in un enorme barattolo di tristezza, a cui qualcuno, per pietà avrebbe dovuto mettere un tappo sigillandolo e buttandolo via.

 

Corinne invece si risvegliò come i ranuncoli e le gemme di primavera, uscì dal suo fragile guscio, e la sua pelle, da membrana trasparente a disvelarne le trame e le vene, tornò solida e levigata.

 

Rividi Sofia più volte e più volte avrei voluto baciarla.

Ma sono un vigliacco, mi aggrappo a Corinne e ai bambini, ci sto attaccato come un rifugio di madreperla, di conchiglia, nascondendomi dietro il sudario sacro della famiglia.  Non è amore.

L’amore, da sempre, ora lo so, è Sofia.

E forse non è neppure responsabilità, che non c’è responsabilità a sopravvivere con il surrogato di qualcun altro.

Sopravvivo.

E l’odore di Sofia, non se ne va, non va più via.

Forse vado via io con lei.

Perché io ero partito per noi.

 

 

 

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martedì, 02 dicembre 2008

ti piace l'azzurro?

Talvolta mi capitava di addormentarmi e di sorprendermi al risveglio per la disposizione delle cose.
O per le cose stesse. Non capitava subito dopo il trasloco, di solito ci voleva qualche mese, e poi, specialmente nel dormiveglia del sonno pomeridiano, succedeva di sentirmi improvvisamente rapita dalla paura di non capire dove fossi, cosa fossero gli oggetti intorno a me, da dove provenissero.
Mi ci voleva qualche secondo, il tempo di inforcare gli occhiali, un’occhiata circospetta e poi i ricordi affioravano di botto dandomi l’esatta percezione del tempo e dello spazio. Così tutti insieme, come un sacco slegato di colpo versato per terra.
Avevo imparato ad utilizzare il necessario, non compravo mai nulla di superfluo, con la previsione che poi dovessi inscatolare tutto e trasportarlo da qualche altra parte.
La mia casa era spoglia e disadorna, non mi davo neppure pena per le tende, che tanto non avevo dirimpettai, o almeno a me così pareva, tutto era rado e precario, sobrio, perfino monacale.
Una cucina ridotta ai minimi termini, un letto in camera mia, ma non di quelli con l’intelaiatura in ferro battuto o in legno, solo la rete e il materasso e la lampadina, uno sgabello al posto del comodino.
Avevo già cambiato casa diverse volte.
Le ultime due ero stata in un condominio. Entrambi odoravano di geranio alla finestra e di frittata a mezzogiorno. Nel primo, avevo fatto amicizia con Clarissa, una musicista slava che suonava il pianoforte (glielo aveva regalato uno dei suoi spasimanti) e che continuava a prendere lezioni di musica. Era stata fortunata: una volta in Italia si era liberata dai ricatti sfuggendo alla prigionia mafiosa che la costringeva a battere, rivolgendosi ad una onlus cattolica. E però aveva continuato con questo tipo di appuntamenti per pagarsi le lezioni di musica e fare quadrato intorno al misero stipendio che metteva su dando lezioni private. Era una donna speciale, Clarissa, con le dita affusolate da pianista, gli occhi grandi e chiari da slava di Budapest, e passavamo molte sere libere insieme. Faticavo ad immaginarmela fuori da quel contesto mitteleuropeo, fatto di confronti sull’arte e la storia.
Faticavo ad immaginarmela vestita da puttana, col trucco pesante e la tutina in lattice e probabilmente lei non si vestiva così come io me la dipingevo nelle notti in cui sapevo che lei stava lavorando, e durante le quali mi chiedevo se fosse davvero così quieta come mi appariva. C’era in quel tempo trascorso con lei una complicità ed una genuinità di sentimento che ormai sfuggiva dalle mie lunghe trasferte. Ma che io avevo bisogno di riacchiappare.
Poco tempo dopo mi trasferii di nuovo. Di sera, in quella nuova abitazione, era solito raggiungermi intorno alle sette un familiare odore di brodo di pollo. Manuela abitava sotto di me, e aveva cominciato a svezzare suo figlio da qualche settimana. Perciò verso l’ora di cena lei preparava le pappe che avrebbe utilizzato anche il giorno seguente. Il marito di Manuela era un mio collega e aveva trovato lui l’appartamento in affitto facilitandomi nella ricerca. Eravamo entrambi poliziotti, e io non mi ponevo grandi problemi sui trasferimenti né sulle operazioni da seguire. Andavo assecondando in fondo una radicata abitudine al nomadismo, alla ricerca continua di un odore o di una traiettoria.
Mi occupavo in genere di coadiuvare gli ispettori come criminologa, e perciò venivo indirizzata a seconda delle indagini in giro per l’Italia.
Per questo fui mandata in un piccolo paesino del sud, sperduto fra chilometri deserti di paglia gialla e nodosa, e questa volta mi adattai ad una piccola casa in periferia, in mezzo alla terra arida, senza recinzione alcuna. Ero incinta. Non l’avevo detto a nessuno, tanto meno al padre, un ispettore un poco più grande di me che aveva una popolosa famiglia fatta di moglie e di due gemelli di quattro anni.
Non c’era granchè da dire.
Una serata qualsiasi, in uno di quegli interminabili tempi in cui il vuoto mi era insopportabile quanto l’assenza di me stessa, lasciai che mi accompagnasse a casa. “Ah è qui che ti nascondi di solito!” Mi disse ridendo. Bevemmo due birre e lui mi raccontò delle faccende sue, di certi rancori che si portava appresso nei confronti della moglie, e io ascoltavo, immaginandomelo a casa con la birra in mano, senza trasporto né gratificazione, e la moglie stanca e intenta a quei due bambini, e il tempo tirato per godersi una cosa insieme. Mi baciò. “Sei tanto bella” mi disse.
“Anche tu lo sei” e non volevo si andasse oltre, o meglio non me lo aspettavo, non avrei scelto, ma tant’è mi lasciai trasportare da quel contatto fisico, da quella scopata che mancava da troppo tempo, da un paio di braccia che mi stringessero forte, e un cazzo di uomo che mi piacesse a penetrarmi e farmi sentire bella e desiderata.

Il caso mi destinò a centinaia di chilometri da quella sera e da quel posto.
Per i primi mesi continuai a lavorare come se niente fosse. Non presi precauzioni particolari dato il luogo che abitavo e spesso i colleghi di pattuglia facevano un giro nei pressi di casa mia per controllare che tutto fosse a posto. In alcune notti di quell’estate era frequente trovarmi sveglia fino a tardi, a prendere boccate di aria fresca. Avevo preso un’amaca e l’avevo piazzata tra due peri che crescevano davanti all’entrata del piccolo casolare e mi piaceva lasciarmi dondolare cercando le costellazioni. Non avevo progettato quel figlio, e francamente non avevo la più pallida idea di quale futuro ci aspettasse.
Mia madre, rincoglionita dall’alzheimer dopo anni insieme a me, era ormai confinata nella sua dimensione surreale, accudita in una casa di cura psichiatrica, e la vita mi aveva portata a non maturare rapporti particolari con nessuno. Avevo solo il mio lavoro.
In quel periodo lavoravamo sulle tracce di un sospetto omicida, una donna in realtà, o almeno quella era la pista investigativa più battuta. Eppure nonostante gli orari discontinui, la stanchezza, il disorientamento, riuscivo a non perdere mai la concentrazione e mi dimenticavo di quel figlio che si aggrappava alla vita dentro di me. Ancora non si vedeva, mi arrotondavo nelle forme, ma non si poteva dire che io aspettassi un bambino, né mi muovevo come se io lo fossi, così che una notte durante un appostamento, io e l’ispettore Fulco, fummo testimoni di un curioso via vai in uno degli appartamenti del centro. Si trattava di ladri sicuramente che stavano saltando da un balcone all’altro, proprio di fronte a noi, mentre tenevamo sotto controllo la casa e l’ingresso della nostra sospetta omicida. Chiamammo la centrale.
Non ero tranquilla, e semplicemente dissi “Ispettore, sono incinta. Quasi al quinto mese”.
“Minchia dottoressa e me lo dice ora?”
“E che vuole, mi è presa la paura. Saranno gli ormoni. Non lo sa nessuno.”
Dissi questo, ricordo, e poi svenni.
Quando mi svegliai, provai quella sensazione familiare e questa volta reale di non capire dove fossi, perché non lo sapevo naturalmente, e cercai gli occhiali senza rendermi conto di averli già sul naso. Non c’era nessuno in quella stanza, e compresi di essere in un ospedale o qualcosa del genere, magari la sala della guardia medica.
Cominciai a piangere.
Mi pareva una vita sprecata la mia, sprecata di odori, di parole, di suoni che non avevo voluto ascoltare, quasi blindata, e mi venne il desiderio di essere tenuta in braccio o di abbracciare qualcuno. E lo feci, lo feci con il primo che entrò nella stanza, il medico di turno. Mi aggrappai alle spalle di quest’uomo e piansi per un tempo credo incalcolabile, che da qualche parte ero riuscita anche a riesumare il lutto per la perdita di mio padre venticinque anni prima, e quella lenta, incompleta e progressiva di mia madre negli ultimi tempi. Piansi per il padre di mio figlio che non l’avrebbe saputo mai, e per quella casa che non ero in condizione di dargli.
Il medico fu gentile. Doveva avere pressappoco la mia età, sembrava sinceramente preoccupato non tanto per le mie condizioni fisiche quanto per quelle irrazionali, e per tutte quelle lacrime e per quella solitudine che andava prendendo forma insieme ad esse. Forse qualche collega lo aveva informato delle mie abitudini, o del riserbo con il quale cui custodivo la mia vita. E mi abbracciò a sua volta, accarezzandomi la testa e cercando di ristabilire un po’ di quiete emotiva. Ritornai a casa e ed entrai in maternità. Ogni tanto passava il dottore, quello della guardia medica. Si chiamava Paolo e condividemmo lunghe serate di chiacchiere e di partite a carte. Mi aiutò a sistemare la casa rendendo una specie di giardino lo spazio incolto adiacente le mura, e mi presentò ad alcuni fra i suoi più cari amici. Elsa e Giacomo, una coppia di neosposini che viaggiavano perennemente nella placida quiete della prima convivenza, suo cugino Alfredo che conduceva la farmacia di paese, Daniela, una pediatra. Per qualche tempo queste persone iniziarono a gravitare intorno alla mia casa e nei dintorni della mia esistenza con grande familiarità e delicatezza, mentre io lievitavo di vita. Giacomo si occupò di sistemarmi un bel pergolato e di piantare due piccole viti, e un sempreverde nella parete dove si affacciava la camera da letto. Alfredo mi regalò un cucciolo adottato dal canile.Lo chiamai Sfida, perché era una sfida occuparmi di me stessa, figuriamoci di un cane. Alfredo mi consigliò di scegliere qualcosa di meno impegnativo per il bambino ed entrambi ci mettemmo a ridere.
I colleghi si occuparono di recintare la casa. E a me prese la smania dei fiori e delle piante, perché tutta quella distesa di paglia mi aveva ingiallito l’anima e avevo voglia di prendermi cura di tutto quello che stava nascendo fuori e dentro di me, di assecondare la voglia di camminare a piedi nudi nel terriccio appena lavorato, di vedere crescere le piantine, di prendermi cura di Sfida.
Una mattina Paolo si presentò a casa con un paio di ragazzi, un camioncino e una quantità indefinita di secchi di vernice.
“Ti piace l’azzurro?” chiese
“Si, risposi, mi piace” “E allora, Dottoressa avrà una casa azzurra. Poi ci preoccuperemo anche delle stanze, ma qui una chiazza d’azzurro non potrà che farti bene. Ah e poi ho telefonato a quelli della connessione a internet. Si può fare con il telefonino.”
Rimasi in quel paese tanti anni. Ti chiamai Leonardo Tu nascesti in questa casa che poi ho comprato. Paolo finalmente s’innamorò di una giovane biologa fresca di laurea, Daniela si occupò di noi, e Alfredo delle nostre viti. Ripresi a lavorare ma decisi che avevo trovato casa, ed era una sensazione impagabile. Spesso mi ritrovo a contemplare le calle o l’esplosione intensa del bouganville, e mi piace camminare scalza insieme a te e a Sfida. E sono certa, che saprò riconoscere quel tuffo al cuore che riempirà questa casa. Perché da sola non ci voglio rimanere più.

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sabato, 22 novembre 2008

Che emozione!!

E' disponibile il libro della mia amica Nuccina.

Di lei ho ampiamente detto nella prefazione che ho avuto l'onore e il piacere di scrivere, e che si può trovare online nella scheda di presentazione del libro.  A Nuccina i miei auguri.

Nuccia di Giuseppe

A trattenere a morsi la tua idea

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro.asp?id=93939

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giovedì, 20 novembre 2008

Manuale pratico dell’habituè da salotto letterario in 10 piccole strategie

In seguito ad una serie di fallimentari esperienze all'interno di siti letterari, nei quali ho avuto la piccata presunzione di leggere e pubblicare testi con l'insopportabile audacia di dirne in senso critico, analizzando sintassi e io narranti, e ricevendo in cambio l'intera collezione di virus trojan e processi per pubblica impiccagione, oltrechè l'allontanamento immediato con la camicia di forza, mi sono permessa di stilare un agile trattato volto a orientare le fragili personalità che si aggirano sul web con la presunta vocazione alla scrittura d'autore (o autroce).

Manuale pratico dell’habituè da salotto letterario in 10 piccole strategie.

1) munitevi di pc e di una connessione ad internet e cercate un sito letterario il cui nome vi susciti simpatia, tipo scrivicomio, inpuntadipena o versieprozac.

2) scegliete un nick che corrisponda alla vostra vera natura, tipo marylin, gilda, moana, soprattutto se bazzicate attorno alla cinquantina e indossate comodi calzari del dr. Sholl. Se invece maschi, non incapponitevi sui soliti stereotipi che rimandano a dimensioni falliche, tipo duracell, redellaforesta, telopongo e così via, ma adottate un neutro nomecognome anche diverso dal vostro. E’ più rassicurante.

3) Scrivete qualcosa. Non importa cosa, nè la forma. Che sia qualcosa di originale però: scrivete di foreste che stormiscono e di gabbiani che si levano stanchi dalla battigia, di amore e cuore. Se non vi viene in mente nulla, un buon manuale del liceo provvederà alla vostra lacuna. Basta cambiare qualche parola, tanto la Merini o Capasso nessuno sa chi siano. Abbiate cura di scegliere un titolo accattivante meglio se rifinito da simboli grafici (puntini, trattini, asterischi, cuoricini).

4) Corredate le vostre pubblicazioni di sontuose immagini, files, graffiti postmoderni, inserite liriche (e se non sapete farlo, come me, imparate cazzo!) e tutto quanto vi suggerisce la fantasia per distogliere al più presto l’attenzione dal testo improponibile che invece, puntigliosamente viene proposto. (Ricordate il valore del testo è inversamente proporzionale alla grandezza dei files allegati ad esso)

5) Commentate. Prendete in esame tutte le pubblicazioni del giorno e lasciate un commento adorante, foss’anche un commento di solidarietà ad un pezzo di reclamo sulla fossa asettica mal funzionante nel condomio di via dei condotti 12 di Novara, scala b.
Non dimenticate di sottolineare che il pezzo è fortemente evocativo, che non avete mai letto niente di simile, che pur non capendo siete stati travolti dalla liricità. Se è un pezzo di prosa procedete nello stesso modo.

6) Se non vi viene in mente nulla da dire, perchè succede spesso che non si sappia cosa dire votate senza commento. L’autore contento non si domanderà il motivo di un apprezzamento senza motivazione (la quale poi dovrebbe essere il fine della pubblicazione stessa)

7) Se entrate in conflitto con qualcuno perchè dopo 18 letture demoralizzanti non ne potete più e vi scappa un "non ho gradito", installate immediatamente un buon antivirus, l’ultimo di nuova generazione, perchè sicuramente l’utente, non gradendo l’esternazione, non solo non si limiterà a darvi dell’analfabeta ma ve ne invierà uno di virus, maledetto, entro le successive 24 ore. (Perchè pur ignorando le regole base della narrazione loro sanno usare un computer e sanno come fare, mentre noi che non lo sappiamo usare non riusciamo a capire cosa significhi avatar e invece di caricare un’immagine scarichiamo il provino della velina di Briatore)

8) Se siete battitori solitari, createvi subito un giro di fans, anche finti, clonatevi, fingete dibattiti inesistenti, la vostra popolarità salirà alle stelle.

9) se siete donne buttatevi sull’eros. Se siete uomini va per la maggiore la narrativa umoristica e la dichiarazione d’amore. Se non siete nè l’uno nè l’altro siete nel posto giusto e potete impersonare chi vi pare.

10) Se vi viene la subdola tentazione di dire la vostra con cognizione di causa ingoiate subito una rana. Fate invece finta di capire tutto, ricordandovi che in fondo è solo un sito di scrittura e non è il caso di occuparsi di noiose divagazioni come sintassi, figure retoriche, contenuti, stile, ortografia e quant’altro. Vi eviterete noiose mail di insulti

...e soprattutto: mai stringere amicizie con l'amichetto/a del cuore dell'Admin o dei suoi amici/che. Dopotutto è solo chat!!


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domenica, 16 novembre 2008

L'amore che ti sceglie

E adesso che mi stai guardando con quegli occhi acquosi e appannati, confusa e immobile come una lepre in mezzo alla strada, di notte, sotto la luce di fari sguaiati, e adesso che è notte e la luce del soffitto ti smarrisce, e cerchi confusa l’odore della mia pelle tra odori alieni, e adesso che siamo qui io ho quasi paura di respirare, perchè mi pare di non avere mai respirato così tanto, ogni fiato un colpo sempre più forte, ogni colpo la vita che rivendica vita con i miei respiri e tutta la forza che non mi pareva di avere, fino al tuo gemito, al suono sentito mille volte, e immaginato, accarezzato con tutti i miei sogni, la tua voce che si fa strada tra la follia della paura di quest’attimo. Perché è follia pura questa, e al diavolo tutte quelle tiritere sulla naturalità e sull’incanto dell’evento che sfuma i toni violenti del momento. Violenti di tinte di fuoco che il dolore non è bon ton, la gioia non è sfumata di pastelli, è giallo intenso di mezzogiorno, la stanchezza, la forza, lo stordimento, un attimo prima non ci sei, sei un’idea, un senso carnale, e poi eccoti qui attaccata al mio seno turgido e gonfio, stordita dall’aria che asciuga, dalla luce di neon intensa – e, amore mio, ancora non sai cos’è il sole - ed io stordita insieme a te, tra queste facce di gente che fa il turno di notte, e anche questa è fatta, e le lenzuola anonime come i muri.

E insieme a te, anche il dolore sopito, e al quale tu toglievi ossigeno dentro di me, schiacciandolo a poco a poco in qualche anfratto remoto delle mie viscere, ecco quel dolore dirompente ti ha seguita e si è materializzato, si è dilatato di tutto il tempo e lo spazio negatogli e ha rivendicato di essere guardato e riconosciuto.

Ha presentato il conto.

E ho dovuto ricordare.

E da lì l’abisso.

 

       Se per un attimo dovessi cedere alla forza tracotante che mi trascina verso il nulla, il dimenticatoio eterno, se per un attimo lo facessi, o se per disgrazia un malanno oscuro e improvviso dovesse togliermi di torno, tu non sapresti mai nulla di me, e quindi anche di te stessa, e allora il primo dovere è sopravvivere alla morsa del dolore e dell’angoscia e ricordare per dirti, perché tu sappia chi è tua madre e chi sei tu, perché nessuno te lo racconterebbe, nessuno saprebbe mai dirti chi sono e perché tu sei.

Qualcuno ti fornirebbe sterili pacchetti preconfezionati e decomposti di verità apparenti, inconsapevole della mia dignità e della tua ti provvederebbero un’unica melodia distorta ma persuasiva di balocchi e di marionette.

Qualcuno che pensa di avermi guardata, senza avermi vista mai.

da "L'amore che ti sceglie" di Patrizia Cadau - cap. I -

 

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martedì, 13 maggio 2008

ovunque casa

L’ho conosciuta otto anni fa. Frequentava il mio corso.
Insegnavo sociologia delle comunicazioni di massa all’Università. Lei era ormai prossima alla laurea,
la seconda, venni a sapere da una mia assistente che si era laureata con lei qualche anno prima.
Difficile non notarla, e non tanto per la sicurezza che ostentava nel porre le domande, o per quelle osservazioni mirate e forbite con le quali era solita intavolare piacevoli discussioni alla fine delle lezioni. No, c’era anche qualcosa di fisico, forse il colore della voce, di un’ombrosità calda tipica della stagione estiva che sfuma nell’autunno, o forse ancora di più l’ovale del volto, segnato da due occhi scuri e da labbra sempre scarlatte.
Portava i capelli raccolti e il suo abbigliamento era sobrio, ma impreziosito da qualcosa che sembrava appartenere ad un’altra epoca o ad un altro mondo. O almeno così pareva a me.
Si chiamava Maddalena.
Lavorava come segretaria nell’azienda di suo padre, una piccola impresa di costruzioni edili, e in qualche modo riusciva a conciliare la vocazione alla ricerca umanistica con la pratica contabile. E questo la rendeva presente e attenta in ogni circostanza. Sia che si parlasse di massimi sistemi o di contributi inps e nuova finanziaria.
Un giorno, alla fine di un seminario la invitai ad unirsi a me ed ai miei due collaboratori per prendere un caffè. Pensavo già di chiederle di cominciare a muovere qualche passo in Università dopo la laurea, magari come mia assistente.

Ma pensavo anche spesso a quelle mani affusolate, con le quali era solita accompagnare le parole.

Maddalena divenne per qualche settimana un pensiero fisso, un’immagine nitida proiettata nell’orizzonte del mio sguardo. Mi svegliavo la notte con la frenesia che arrivasse la mattina successiva per sperare d’incontrarla a lezione, e mi torturavo, tra il respiro sereno di mia moglie Elena accucciata accanto a me, e il desiderio che proprio lei mi scuotesse da quei pensieri svegliandosi e chiedendomi di essere rassicurata per un brutto sogno. Per farmi sentire che aveva bisogno di me.
In realtà avevo io bisogno di lei, di Elena per aggrapparmi a qualcosa di conosciuto in quella deriva.

E’ che ci struggiamo per desideri che sembrano fatti di acqua e tempo. Evaporano sempre troppo lentamente.

Maddalena si laureò a pieni voti e le proposi una collaborazione nel mio dipartimento di Scienze dei Processi Conoscitivi. Ne fu entusiasta. E io con lei.
Ogni mattina ne accarezzavo con lo sguardo i capelli, cercavo d’intuire la sua biancheria intima sotto il profilo delle sue gonne e camicie, e quella presenza mi gonfiava di voglie talvolta imbarazzanti.
Una volta, nel porgermi un fascicolo, indugiò in un contatto che mi soffiò aria nelle narici fino a stordirmi. Non ritrasse subito la mano, no, rimase così, piantandomi gli occhi addosso e quando si allontanò fu troppo tardi per qualsiasi cosa ragionevole. Forse la sorpresi piazzandomi dietro di lei, mentre sistemava un testo su uno scaffale, appoggiando il mio corpo al suo e premendo la mia voglia sul suo culo morbido.
Lei alzò le braccia, rimanendo voltata, mentre io le stringevo il seno, e poi la camicia finì a terra e lei si voltò, mentre ninnoli e scartoffie cascavano a terra.
La presi sulla scrivania del mio ufficio.
Vicino alla fotografia di mia moglie.
L’orgasmo ci raggiunse come una furia.
Ma non mi riusciva di staccarmi dalle sue cosce umide, di sudore e di sperma.
Così, da quella volta, diventammo amanti.

Un giorno le chiesi di accompagnarmi per un congresso a Roma.
Mentre il tempo si sbriciolava oltre i finestrini in sequenze di paesaggi pennellati di grano, papaveri, erba, case, mare, grattacieli, mi raccontava delle sue convivenze finite, degli uomini che ad un certo punto aveva lasciato, per insofferenza e insopportazione, per quella mania di costruire intorno a lei vincoli di coppia; e nel raccontarmi di questi percorsi tortuosi era come se invece offrisse a me il privilegio di un rettilineo, senza però lasciarmi intravedere il traguardo.
Non avevamo mai trascorso così tanto tempo insieme, e tutto il soggiorno, a parte una rapida e distratta partecipazione ai lavori del convegno, fu un cascare tra le braccia l’uno dell’altra, un volo che terminava sempre in quegli occhi neri.
Le chiesi di andare a vivere insieme, e al mio ritorno a casa dissi a mia moglie che me ne sarei andato.

Io e Maddalena ci trasferimmo in un bilocale di mia proprietà, in quel momento sfitto perché avevo appena finito di ristrutturarlo. E la nostra vita incominciò a pattinare sulla distesa della novità per settimane.
Fino alle prime stonature.
Maddalena talvolta sfuggiva per tempi lunghissimi, senza che io potessi sapere dove fosse.
Non rispondeva chiamandola in ufficio da suo padre e nemmeno al cellulare. In casa era affettuosa e stimolante come sempre, mai distratta, mai lontana. Anticipava i miei desideri e voglie. Le anticipava anche a me stesso, prima ancora che ne avessi consapevolezza.
Ma poi scompariva per ore.
Una notte addirittura non rientrò.
“Mi fermo a dormire da papà” Disse
Non era vero.
Non c’era un altro uomo, questo lo sapevo fin dall’inizio, no era qualcosa di diverso.
Maddalena era una di quelle donne per le quali le ambiguità erano pesanti da sopportare, troppo fiera per nascondersi, troppo passionale per i sotterfugi.
Eppure sapeva ritagliarsi spazi di impenetrabile fortezza, e più che la gelosia erano la curiosità e l’insicurezza a rendermi inquieto.
Periodicamente Maddalena si assentava, anche di notte e a parte quell’unica volta in cui mi disse che era a casa di suo padre non mentì più.
“Rientro domani mattina” mi diceva calma.
“Ok, ti aspetto. Mi mancherai” rispondevo.
E riagganciava.

Una mattina la sentii aprire la porta mentre stavo mettendo il caffè sul fuoco. Aveva in mano una bustina di carta con dentro due croissants caldi e fragranti, ripieni di confettura di frutti di bosco.
I miei preferiti.
Dopo essersi tolta gli abiti, e aver appoggiato la borsa sul divano, prese un piccolo vassoio per adagiarvi le brioches. Le portò a tavola e si sedette.
Io mi accomodai di fronte a lei.
“E’ che sin da piccola, dopo la morte di mia madre, ho dovuto vivere prendendomi cura di tutto. Di mio padre, soprattutto, prima che di me stessa. Della sua incapacità di affrontare quella perdita.” Fece una pausa e continuò:
“La casa doveva rimanere uguale a come lei l’aveva lasciata. Ogni rituale doveva essere rivissuto tutti i giorni nei gesti, nella disposizione delle cose, nel modo di farle, le cose”.
Giravo il cucchiaino nella mia tazzina, in silenzio.
Lei prendeva fiato ad ogni pensiero cercando le parole giuste per spiegare a se stessa e quindi anche a me. Non distoglieva mai lo sguardo dal mio.
In qualche modo mi stava conducendo verso il traguardo di quel rettilineo.
“Anche i miei capelli, dovevano essere legati come me li legava lei.”
Si alzò, prese il latte dal frigo e esitò a lungo davanti alla finestra dalla quale si vedeva uno spicchio di mare.
Tornò a sedersi davanti a me.
“Per anni ho vissuto in un mausoleo. Senza trovare mai la forza di ribellarmi. Anche pensare ad un viaggio, o rimanere fuori casa per qualche tempo mi creava disagio per quella reazione sofferta di mio padre. Fino a quando non ci siamo conosciuti e non sono venuta qui”
“E perché non te ne sei andata prima?”
“Mio padre aveva bisogno di me. Ma ho trovato nel tempo le mie piccole feritoie. Studiare, per esempio.”
Bevve il suo caffè tutto d’un fiato.
“E gli alberghi.” mi disse.

“Molto semplicemente ho cominciato a passare tempo nelle stanze degli alberghi. Ho iniziato per curiosità, subito dopo la mia prima laurea. Per mio padre le donne serie non devono trascorrere occasionalmente il proprio tempo in luoghi anonimi. E io non avevo mai trascorso una notte fuori casa, o qualche ora in un posto ignoto in cui non dovermi preoccupare di togliere la polvere o di innaffiare le piante. Un posto dove essere accudita. Dove tutto fosse sempre diverso e imprevedibile. Un posto dove lasciare il letto disfatto e il bagno in disordine, e dove nessuno potesse notare l’acconciatura dei miei capelli”.
Attese con serenità che io facessi ordine tra quelle parole, prima di continuare a raccontare.
Aveva cominciato scegliendo casualmente gli hotel in cui organizzare le sue evasioni: l’importante era che fossero sempre diversi, e quando si trovava nella condizione di dover scegliere tra alberghi già conosciuti, si premurava di farsi assegnare una stanza che non aveva mai occupato.
Annotava tutto in un diario. E di ogni camera in cui aveva soggiornato sapeva raccontare con cura i dettagli. La disposizione degli arredi, il colore della biancheria, l’odore dei detergenti, il colore e la forma delle saponette, il sorriso del portiere e del personale alla reception.
Ormai era diventata un’abitudine, una passione, come quella di chi si rinchiude in palestra, o si applica al decoupage.
Mi sorpresi intento nel continuare a girare il cucchiaino nella mia tazzina.
“Aspetta, rimetto su la caffettiera” disse lei affettuosamente, togliendomi il caffè ormai freddo da sotto il naso. “Mangia la brioche, intanto, è buonissima. Sai le fanno così solo all’Helvetia.”
“All’Helvetia?”
“Si, quell’Hotel in piazza dell’Annunziata. La prima notte che trascorsi fuori casa, la passai lì. Ci sono tornata alcune volte. Ma sempre cambiando stanza. Una volta con la finestra affacciata alla Piazza, l’altra invece con la vista sul Porto. Genova è bella, e i miei alberghi preferiti stanno qui.” E proseguì con una descrizione minuziosa degli hotel in giro per la riviera ligure.

Io la guardavo ipnotizzato. Non so bene cosa mi passasse per la testa in quel momento, ma lei dovette intuirlo con un’occhiata perché sembrò rispondere all’interrogativo dei miei occhi:
“E’ una bellissima sensazione, sai. Prendo possesso della mia camera la sera. Mi faccio una doccia o un bagno caldo, a seconda della disponibilità. Mi sciolgo i capelli. Accarezzo le spugne fresche di lavanderia. Ognuna ha una fragranza diversa. A volte è predominante l’odore acre della candeggina: significa che la biancheria viene lavata direttamente in albergo e non a secco chissà dove. A volte riconosco anche l’odore di ammorbidente. Ma è raro. Poi mi sistemo e ceno. A volte cose semplici, a volte mi faccio tentare da quello che non ho mai provato. Ma il momento più bello è quando sprofondo a letto. L’indefinitezza delle cose che mi circondano mi rassicura. E mi addormento. E quando mi sveglio mi lascio confondere da quei momenti nei quali faccio fatica a ricordarmi dove sono. La sorpresa mi emoziona sempre”.
Continuavo a guardarla in silenzio, con uno stato d’animo che integrava diverse emozioni. Ma erano lo stupore e la curiosità a predominare.

“Vuoi accompagnarmi le prossime volte?” la domanda mi colse impreparato.
Da quel giorno la passione di Maddalena divenne anche la mia.


E penso che

sarà forse ancora magia
tra dieci o cent’anni
le sue mani assonnate
a sfiorarmi la schiena
a trovarmi come certezza
la sola

che proprio non riesco a pensare
a gocce di tempo che non siano di lei
a profumarmi di buono e d’amore
postato da: avreskida alle ore 11:40 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: amore, racconti, storie, narrativa
lunedì, 07 aprile 2008

Una nuova consapevolezza

“Questo zoo mi disorienta ogni giorno di più. Ormai ne ho perso la misura e ciò che vedo mi pare solo scenografia patetica di cui non m’importa una sega” disse il professor Giulio Bertelli

“A chi si riferisce professore?” sbottò irritato il preside “Questa è la sua solita, criptica, irritante provocazione su di me e sul collegio docenti? Sulla scuola? Sulla società? Su chi professore? Siamo noi lo zoo? Gli integrati inconsapevoli contro il solito apocalittico illuminato?”

“Si, più o meno. Intendevo proprio questo. E per zoo, ad essere precisi, intendo proprio, fuor di metafora,  la fauna variopinta che mi circonda. Buona parte dei colleghi, degli allievi e delle loro famiglie. La chiami sindrome di burn out, la chiami spocchia, o cinica disillusione di un uomo ormai in andropausa. Apocalittico, comunque si, ma non rassegnato, ed è questo il mio problema.” Prese fiato, il professor Bertelli, sbottonandosi la camicia e tirandosi su le maniche.

L’occhio prese le distanze dallo sguardo attonito del Preside, e cominciò a girovagare per l’ufficio, soffermandosi ora su una figurina di Botero, appesa in modo asimmetrico tra una pianta di ficus benjamin e la piccola scrivania d’appoggio per fotocopiatore e fax, ora sulla mollezza caduca della bandiera italiana a solleticare la canicola in bianco e nero del Presidente della Repubblica.

Il preside si ravvivò il ciuffo brizzolato, fece un lungo respiro e assunse il tono pacato, confidenziale e bonario che si utilizza di solito per riportare all’ordine l’indisciplinato di turno:”Va bene, Giulio, ascolti, io il suo smarrimento lo capisco, ci ho fatto i conti diverso tempo fa, e in fondo condivido il suo disprezzo verso un sistema di cose asfittico, ma è così, e conviene far buon viso a cattivo gioco.Le chiedo semplicemente di mantenere un comportamento corretto in classe, di occuparsi dei programmi ministeriali, di lasciare perdere le apologie politiche, di non urtare le famiglie criticando costantemente i loro modelli educativi. Insomma, ha capito, non mi metta più in imbarazzo”.

“Guardi che dovrebbe sentirsi in imbarazzo non per i miei comportamenti ma per quelli di ben altro tipo di sottoposti che si ritrova a scuola” ironizzò Bertelli “Io faccio il mio dovere. Sono un insegnante, un educatore e non mi viene di essere altrimenti. Sento l’esigenza di…”

“…di contribuire ad una dialettica formativa che inquadri in un paradigma critico le fenomenologie sociali prive di valori bla bla bla” lo interruppe il preside con sarcasmo “Lei vuole combattere contro i mulini a vento. Prego si accomodi. Non voglio essere trascinato in questa battaglia assurda, non me ne frega più nulla di questi discorsi, di questi ragazzi, se fumano o no. Lo vogliono fare? Che lo facciano fuori. Mica gliele pago io le sigarette. Chissenefrega se sono sempre al telefono, mica glieli compro io i cellulari e nemmeno pago le loro bollette. Sono d’accordo i genitori, no? CHE SI FOTTANO, Bertelli, ecco l’ho detto. E ora accusi me di andropausa. Non voglio problemi, ne ho già abbastanza per conto mio. Le chiedo di scendere a compromessi con la realtà quando è a scuola. Fuori combatta pure le sue battaglie come meglio crede. Qui la prego di no.”

 

Il professore attese il cambio dell’ora in sala docenti buttando occhiate vaghe e distratte su un quotidiano dimenticato da qualche collega sul grande tavolo rettangolare che occupava buona parte della stanza. Una mano sulla spalla lo sorprese a pagina 48 tra un articolo sull’eliminazione di Magda e Chantal dal Grande Fratello e un’intervista a Fiorella Pupparini sul suo ultimo flop televisivo. Titolo “Non l’ho mai data via per lavorare e mi chiudono il programma”

 “Giulio, ti disturbo?” la voce accompagnò la mano come in una carezza

“No Roberta, Buon giorno. E’ da parecchio che non ti vedo. Stai bene?”

Giulio e Roberta, forse una vita prima, erano stati compagni di liceo e di alcune avventure universitarie. Si erano poi persi per rintracciarsi l’anno prima, quando Martina, la figlia di Roberta, si ritrovò in classe il professor Bertelli come docente di italiano.

“Giulio Bertelli??” aveva esclamato Roberta. “E’ stato trasferito al Liceo Calasanzio?”

“Si mamma” aveva risposto Martina “Lo conosci?”

“Si, siamo stati amici quando avevamo la tua età. Poi so che si era trasferito a Milano, e per tutti questi anni non ne ho più saputo niente.”

Rimediare alla lacuna fu facilissimo per Roberta: in poco tempo venne a sapere che il suo primo amore era tornato in città dopo la separazione da sua moglie, dalla quale aveva avuto una figlia,  ora sedicenne, che trascorreva la maggior parte del tempo con lui.

Si erano scambiati anche qualche visita cordiale, nulla di impegnativo. Roberta lo aveva presentato ad alcuni amici invitandolo a casa per qualche cena informale e Giulio si sentiva in obbligo nei suoi confronti per quella discreta accoglienza che lo aveva fatto sentire meno solo nei primi mesi del suo ritorno.

“Si, Giulio,  diciamo che sto bene. Volevo parlarti di Martina”

Giulio guardava Roberta e non riusciva a cogliere quale fosse la stonatura, l’evidente dettaglio che rendeva anomala la percezione che aveva di lei. Non era il taglio di capelli né il colore, no, era qualcos’altro.

“Che ha Martina? Non mi sono accorto di nulla. Studia come al solito, troppo nozionistica e poco critica, ma insomma, non ho notato variazioni nel suo comportamento”.

“Suo padre è tornato a farsi vivo. Sai la solita tiritera dell’uomo alla ricerca di se stesso, del rapporto da costruire, e quanto mi sei mancata e dobbiamo ritrovarci, come se la cosa dipendesse dalle paturnie delle giovani ovaie di Martina e non dalla stronzaggine e immaturità cronica di quell’uomo di merda”.

“Non so che dirti, io non ho notato disagio o comportamenti sospetti”

Giulio cercava di concentrarsi sull’ennesima richiesta di attenzione di Roberta ma la sua mente tentava di risolvere l’anomalia percettiva che gli rendeva inconsueta la figura di lei.

“E’ socievole come al solito, niente esibizionismi, educata, non la vedo particolarmente sofferente”. Giulio esitò, ma non riuscì a trattenersi “A meno che il disagio sia solo tuo. Martina magari non da alla cosa lo stesso peso che dai tu. Forse c’è abituata, forse non ha ancora trovato gli strumenti per elaborarlo come un problema.”

“Un mio disagio? Ma di cosa? Io ho chiuso quel capitolo anni fa te l’ho già detto. Quel figlio di puttana del mio ex marito non è PIU’ un MIO problema, no, assolutamente, ognuno per la sua strada, E DA TEMPO, non nutro nemmeno rabbia, no mi fa pena, ecco, la mia è preoccupazione per mia figlia perché per il resto provo solo indifferenza, si, indifferenza” e ripetè quest’ultima parola con ostinata convinzione.

“Ok, ok, dicevo così per dire, per evitare di fossilizzarci su un’unica interpretazione”.

Lo sguardo di Giulio cascò su un curioso ciondolo ellittico schiacciato nell’incavo dei seni.

Le tette, cazzo si-è-rifatta-le-tette.

Il particolare rivelatore apparve in tutta la sua rotonda evidenza.

Ora la sua attenzione era definitivamente compromessa.

“Ho combattuto tanto per la mia autostima, ma adesso  posso dire a voce alta di essere una donna sicura. Mi piaccio, insomma, e ho accantonato definitivamente il ricordo di lui e di quello che ero con lui”

“O si, non stento a crederlo” annuì lui sornione.

Non ho mai toccato un paio di tette finte. Si sentirà davvero lo scalino della protesi, al tatto?

“Comunque, ti prometto che terrò d’occhio Martina e al minimo segnale sospetto ti faccio sapere, d’accordo?”

“Grazie Giulio. Tua figlia come sta?”

“Bene, credo. Stasera va da sua madre per il week end. A proposito di rapporti da ricucire”.

Roberta sorrise e gli prese la mano stringendola. Entrambi indugiarono su quel contatto con imprecisa soddisfazione. Stava per scomparire dietro la porta, quando rientrò.

“Senti, se domani ti fa piacere potremmo vederci nel pomeriggio. Non ho voglia di pensare alla mia bambina da quello lì. Ho bisogno di qualcuno che condivida il mio disagio” lo disse – il mio disagio-  senza neppure accorgersene.

“Si, il tuo disagio. Ci vediamo domani e stai tranquilla” cercò di rassicurarla Giulio accompagnandola nel corridoio..

 

Fece in tempo a notare la nuova andatura fiera di lei che si allontanava verso l’uscita. Certo aveva anche un bel culo. Non ci aveva mai fatto caso prima. Non così almeno, non in modo così fisico. Nel senso che dell’estetica di quel posteriore in quel preciso istante non se n’erano accorti soltanto gli occhi e una mente distratta.

Il suono della campanella sopraggiunse inaspettato come la pubblicità durante la scena d’azione di un film. In un attimo, il professor Bertelli raggiunse la seconda c.

 

“Buongiorno ragazzi”

Lo accolse il solito coro svogliato e monocorde.

In aula odore di fumo e smalto per unghie.

“Volontari per l’interrogazione di oggi?”

Un ragazzone alto e allampanato si alzò dall’ultima fila.

“Ma bene, non posso credere ai miei occhi Franchelli. Non dovrò inseguirti fino alla fine del quadrimestre per interrogarti”

“No, prof, mi sono alzato per andare a chiamare a Beppe, sta telefonando. E’ lui il volontario.”

“No no no, porca miseria, no!!”

No nel senso che non posso uscire?”

“No, quante volte ve lo devo dire? Non si dice chiamare a qualcuno, ma chiamare qualcuno, cribbio. – andare a chiamare Beppe, quindi, non a Beppe –“

Franchelli aveva lo sguardo scompaginato, con i lineamenti in disaccordo tra loro, come se un grande petardo gli fosse esploso troppo vicino alla faccia. Giulio si ricordò dei suoi sedici anni e fu assalito da una profonda pena per tutto quel tempo buttato da lì in avanti a tentare di fare pace con i brufoli e l’eiaculazione precoce.

“Vabbè prof, comunque viene lui. Lo chiamo?”

“Si vai. E poi” continuò con la testa ciondolante tra le mani “non è solo lì che v’inciampate, no, tutti i verbi transitivi me li ammazzate con un complemento di termine, tutti, sempre, e le k nei temi, e come possiamo parlare di letteratura se siamo ancora alle prese con la grammatica?”

Una quarantina di occhi inespressivi erano chiaramente fissi su di lui, ma senza che ci fosse una reale partecipazione del resto del corpo a quella primitiva forma di comunicazione.

Al professore, come da parecchio tempo ormai,  pareva di essere entrato in uno di quei percorsi a senso unico dai quali non è più possibile trovare l’uscita. Si esprimeva in una lingua che non veniva compresa e difficilmente riusciva a comprendere quella degli altri. Gli capitava di temere di venire aggredito in classe, magari mentre era di spalle alla lavagna, oppure di essere inseguito nei bagni da qualcuno munito di videocamera. Era perennemente infastidito, in costante oscillazione tra la difesa e l’offesa senza mai trovare pace in una mediazione che gli desse la sensazione di avere fatto o detto la cosa giusta. Quell’universo per il quale aveva speso tempo, entusiasmo ed energia gli era diventato insopportabile e ostile. Ne aveva preso consapevolezza una mattina, recandosi a scuola. Attraversando a piedi una via pedonale secondaria, nel centro storico, aveva sentito distintamente le chiacchiere di un trio di ragazzine. Non avevano più di quattordici anni. Erano sedute su una panchina di pietra. Una si era sfilata una scarpa, una ballerina verde di pailettes, per massaggiarsi un tallone.

“Ehi, guarda qua che peli lunghi hai sul ditone” le disse la ragazzina vicina.

“Perché non hai visto quelli che ho nella figa e nelle ascelle” le rispose.

E giù una risata collettiva, vagamente isterica e intermittente. Nessun imbarazzo,nemmeno nel momento in cui il professore intercettò il loro sguardo. Anzi la risata si fece ancora più spregiudicata e grossolana. Quelle ragazzine non erano diverse nei modi dalle tante che si presentavano ogni giorno a scuola, o dalle tante bambole volgari che negli anni avevano sostituito le barbie nell’immaginario estetico femminile. O dal ruvido e plastico universo mediatico.

 

Franchelli ritornò in classe.

“Sta arrivando prof. Ha detto che stava salutando a Chiara. Arriva subito”

Nessuna reazione della classe.

“Puoi ripetere per favore?”

“Stava salutando… Chiara, prof, senza la a”

Gli parve di cogliere un lampo, un guizzo di presenza nel suo alunno, ma fu troppo rapido per averne certezza.

Durante l’interrogazione, tutti continuarono a sonnecchiare nel solito torpore, tra vibrazioni di telefonini e brusio soffuso.

 

Il giorno successivo, nel tardo pomeriggio, Roberta si presentò a casa di Giulio.

Indossava un sorriso smagliante e un tailleur sobrio e intrigante nell’assecondare quella nuova pienezza.

“Hai fatto proprio bene a venire. Neanche a me sarebbe piaciuto stare da solo stasera” disse lui con estrema franchezza.

La invitò a sfilarsi la giacca e porgergliela e non potè fare a meno di soffermarsi su quel nuovo particolare che lo incuriosiva.  

Un pensiero bastardo s’infilò tra gli altri mettendolo in crisi. Erano bastate due tette nuove per indurlo a guardarla con maggior partecipazione? Roberta era fragile certo, di quelle fragilità tipiche delle donne con vite disperse su più strati, il lavoro, la figlia, se stessa, il desiderio di stabilità affettiva, insomma una donna contraddittoria e  in perenne ricerca di equilibrio; ma aveva comunque una sensibilità estetica che aveva saputo coltivare negli anni con determinazione e passione, una certa raffinatezza culturale che rendevano piacevole e stimolante la sua compagnia. Era anche una bella tipa. Insomma si stava accorgendo di lei solo per quell’elemento in fondo trascurabile?

 

“Cosa c’è Giulio? Mi stai fissando negli occhi con un’espressione curiosa” 

“Nulla, pensavo alla zuppa, è sul fuoco. Sai ho preparato una zuppa di cereali. Mia figlia dice che la faccio buonissima, con la pancetta e anche un po’ di vino bianco. Vado di là ad appoggiare le tue cose e intanto do un’occhiata”.

Roberta rimase da sola nell’ampio soggiorno della graziosa villetta di Giulio, che un tempo era stata della madre. Si specchiò alla finestra prima di sedersi sul divano blu a quadretti. Si controllò l’alito appoggiando la mano a coppetta sulle labbra, e si soffermò a guardare una tela appesa sopra il caminetto: una figura femminile morbida e aggraziata, nuda su cuscini colorati,  in uno spazio aperto con il mare alle sue spalle. Una tazza fumante tra le mani.

Roberta si accomodò meglio godendo di quell’improvvisa sensazione di calma e benessere.

La cena scivolò impalpabile tra racconti di ricordi comuni, pettegolezzi, recensioni di libri letti, e confidenze sulle rispettive figlie e reciproche difficoltà dell’essere genitori.

Continuarono a chiacchierare poi in soggiorno, tra una crema di liquirizia e un limoncino.

Giulio osservò che Roberta si era sbottonata la camicia. Un solo bottone, tanto però era bastato perché i suoi occhi cadessero ancora con antipatica insistenza su quel dettaglio. Antipatica per lui, per la debolezza che implicava..

“Ho voglia di baciarti” lo anticipò lei con lo sguardo euforico di alcol e desiderio

“Si non sarebbe una cattiva idea” rispose Giulio avvicinandosi. Non era la prima volta: ricordavano entrambi un altro bacio, forse più curioso e spensierato. Giulio si chiedeva perché non gli fosse venuto in mente prima di farlo: il sapore di limone sulle labbra e quel petto morbido che premeva contro il suo gli sembravano in quel momento tutto ciò di cui aveva bisogno per vivere. Sentiva pulsare tra le sue gambe l’urgenza di saziarsene e continuando a tenere la lingua nella bocca di lei riuscì a spogliarla della camicia e del reggiseno. Affondò con la faccia tra i suoi seni, spremendoli con le mani e in quell’istante, mentre lei sobbalzava con un fremito di piacere, sentì chiara la protesi. Immediatamente si ritrasse.

“Che c’è Giulio?”

“No, nulla, ti… ti… ho fatto male?”

“No perché avresti dovuto?”

“Perché lì per lì, ecco, mi è parso, cioè… non dev’essere molto che hai subito l’intervento e…”

“Te ne sei accorto?”

“Si, da ieri… Stai benissimo, davvero, e… ecco, ho notato che stavi benissimo e…”

“Quindi hai pensato a me in modo diciamo diverso perché hai notato le mie tette?”

“Si, cioè, no, sei una donna davvero straordinaria e…”

“Grazie Giulio, mi hai dato tutte le conferme di cui avevo bisogno”

Lo sguardo entusiasta di lei lo lasciò disorientato.

“Volevo capire se potevo essere di nuovo seducente. Quest’intervento è stato il miglior investimento che potessi fare. Scusami se ho approfittato di te, ma avevo bisogno di un amico per capirlo, un amico che mi piacesse, anche, ma al quale piacere”.

“Una cavia semmai” aggiunse ironico Giulio.

Curioso, da osservatore di uno zoo a animale in gabbia, il passo era stato brevissimo. E in poco più di ventiquattro ore.

“Ero così prevedibile?”

“No ma era una bella sfida provarci. Peccato per l’interruzione. Ora mi sembra davvero una forzatura riprendere”

Giulio si sentiva un perfetto cretino. A lui dell’interruzione in quel preciso istante non gliene fregava più nulla. A quel punto se la sarebbe scopata ugualmente. Ma si alzò e si diresse in camera da letto per prendere la giacca e la borsa di lei. Si salutarono. Con malcelato imbarazzo lui, con allegra spontaneità lei.

 

Non si sentirono più. Capitò d’incontrarsi a scuola, ma lui evitò qualsiasi altro tipo di contatto. In qualche modo quell’episodio si era conficcato nel fortino della sua autostima e delle sue certezze rendendolo particolarmente vulnerabile.

Una sera gli capitò di andare a cena con un collega. E non fu sorpreso quando la vide in un tavolo vicino al suo. Non fu sorpreso di quello sguardo, di quella camicia maliziosamente aperta in quel punto. E neppure fu sopreso dal suo accompagnatore. Il preside gigioneggiava di fronte a Roberta, e il suo sguardo bollito  riportò immediatamente Giulio a quella sera, e il riconoscere nello sguardo di lui la medesima espressione fessa di se stesso, in quella medesima circostanza, lo precipitò in una serena rassegnazione. Forse quella degli integrati.

Ordinò dalla carta dei vini il migliore rosso disponibile.

“Festeggiamo qualcosa?” gli chiese curioso il collega.

“Una nuova consapevolezza” rispose Giulio, e nel dirlo incrociò gli occhi di Roberta, alla quale riservò un sorriso e una schicca d’intesa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: avreskida alle ore 08:56 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: racconti, storie, narrativa
domenica, 30 dicembre 2007

variazioni in tono sexy di Capodanno

pinupNon sono così presuntuosa da pensare che arrivi puntualmente ogni volta per farmi dispetto.
Ma arriva, e a questo punto della mia vita comincio a credere sia qualcosa di personale.
La tragicità dell’inevitabile s’insinua sordida e bastarda già a metà dicembre, quando, una volta definiti i giochi di Natale, incontri sempre il solito pirla che chiede: “E allora? Cosa fai a Capodanno?”.
E qui mi ci vogliono le proverbiali sette camicie di Ercole per costringermi ad un sorriso di cortesia pronto a deviare rapidamente verso l’urlo di Attila.
Io, che fino a quel momento avevo rimosso la questione Capodanno, proprio non ci avevo ancora pensato, sono tramortita dalla domanda che m’investe come la locomotiva di un treno senza controllo.
“Non lo so ancora” è la mia serafica e allusiva risposta collaudata negli anni.
 Lascia presupporre in effetti la possibilità che si stiano valutando diverse soluzioni, mentre invece mi appare in tutta la sua monotona evidenza che l’unica opzione disponibile sia quella ripetitiva degli anni precedenti, e cioè l’andare a dormire un attimo dopo la diretta a reti unificate del messaggio del Presidente della Repubblica. Salvo svegliarmi poi un attimo prima la mezzanotte, per colpa di quel deficiente del mio vicino di casa armato fino ai denti di cartucce a salve con le quali decide di salutare l’anno nuovo.
La tortura di fine dicembre continua nei telegiornali.
Quest’anno non c’è informazione televisiva che non mi abbia messo a conoscenza del fatto che il caviale sia aumentato, che la maggioranza degli italiani preferisca lo spumante allo champagne, che  una perturbazione proveniente dagli Urali porterà freddo in tutto lo stivale fino alla primavera.
Praticamente sono servizi cloni che si ripetono annualmente.
No.  Questa volta ho deciso che passerò un capodanno fashion. Qualcosa da tramandare ai posteri. Da immortalare con stucchevoli immagini che mi consegnino alla storia con una giarrettiera rossa e un cappellino di pailettes a punta sulla testa.
Obiettivo numero uno: il look.
Decido di non tralasciare neppure un dettaglio e mi concentro sull’abbigliamento: passo in rassegna plotoni di abiti maculati, neri, drappeggiati, rossi, con spacchi, scollature, applicazioni di pietre e finti diamanti che pesano quanto un comodino e mi chiedo come si faccia a zampettare allegramente semiubriache con un comodino appeso al collo. Non importa, ne provo subito il minimo sindacale, una ventina quindi, ed è all’ultimo, che mi ricordo della perturbazione in arrivo dagli Urali e della mia cervicale. Rimedio subito con la ricerca di abiti che pur coprendo le spalle siano sufficientemente sexy. Mi colpisce un abito fumo (tipo la fuligine sui tetti di Genova Cornigliano), con maniche lunghe e dolcevita morbido, con un sobrio ghirigoro argentato: mentre lo indosso mi accorgo che l’abito non ha la schiena. Un pericoloso oblò largo quanto un’apertura del Colosseo arriva a malapena a coprirmi il sedere. Lo ripongo sulla gruccia perplessa. Quella che mi sembrava una maliziosa scollatura posteriore è in realtà una voragine impietosa sulle mie disgrazie.
Forse non è giornata. Mi concentro sulla biancheria intima. Forse tutto va a rotoli perchè è da lì che bisogna partire: la lingerie, certo, e il resto verrà da se.
Mi reco nel negozio sotto casa, una boutique yamamay: sono colpita da qualcosa che pare sia il must di capodanno. Un reggiseno rosso, profilato da un vaporoso boa di struzzo che lascia scoperti i capezzoli, i quali sono però coperti da due rigidi cuoricini rosa. Naturalmente coordinato con l’immancabile perizoma, anch’esso profilato nel giropassera col praticissimo peluche coordinato. M’immagino la fatica di reggere al prurito.
Poi m’imbatto in un delizioso negligé leopardato.
Familiarizzo con l’idea e dopo averne controllato taglia e rifiniture lo prendo. Ecco, sono già più contenta.
Male che vada mi sintonizzerò tutta leopardata sul messaggio del Presidente della Repubblica. Sicuramente una variazione rispetto agli anni precedenti.
 

 

postato da: avreskida alle ore 16:46 | link | commenti (10) | commenti (10)
categorie: racconti, storie, umorismo, narrativa
giovedì, 20 dicembre 2007

Elogio del maschio

A guardarsi in giro c’è da mettersi le mani nei capelli. Camminano impettite e indispettite con groviglio di puntute lame tra i pensieri e le parole, biascicando insopportabili frasi di livore atavico. Ce ne sono tantissime, molte sono mie amiche, sia ben chiaro, ma sicuramente non farete fatica a riconoscerle negli uffici, in ogni luogo di lavoro, nella sala d’attesa del pediatra o del ginecologo, all’interno delle vostre stesse famiglie. Parliamo di una categoria sociale singolare che va gonfiandosi come il ventre della balena comprensivo di Giona, di tutti i profeti biblici e gli dei dell’Olimpo: quella delle donne insoddisfatte e divorate dalla sindrome di Candy Candy, di Bridget Jones, dell’abbandono, dal pensiero ormai diventato quasi dogma imperativo alla luce del quale “l’uomo è un bastardo ed è tutta colpa sua”. Punto.
Costoro fanno squadra compatta e trasformano il concetto di delicato universo femminile in comitati di lamenti vittimistici che paiono uscire direttamente dalle ovaie senza passare per la ragione e il diaframma. Sono creature pericolosissime.
Apparentemente timide e incantate, sono capaci di tenerti bloccata al telefono per ore sull’assoluta mancanza di sensibilità del marito, compagno, fidanzato o ex di tutti questi. Capaci di vendette atroci come quella di impedire ad un padre di vedere i suoi figli. Ad un uomo innamorato di rifarsi una vita. Capaci di raffinatezze persecutorie al cui confronto le piaghe d’Egitto escogitate dal Buon Dio sembrano ostacoli di media difficoltà. Capaci di barattare la propria dignità con un assegno mensile di mantenimento (quando non necessario). Capaci di svendere la propria prole sull’altare del ricatto affettivo più bieco.
Ora, a parte che io ritengo sacrosanto il concetto per cui gli altri si comportano con noi come noi permettiamo loro, e quindi esiste la corresponsabilità anche di un rapporto che non funziona, e pertanto sarà vero che la persona con cui vivi non brilla di sensibilità ma anche tu però a dilaniargli le palle ogni sera con le giaculatorie dell’insoddisfazione, prova che ne so un negligè variopinto, oppure prova ad andartene; a parte che effettivamente il maschio per natura e cultura è educato in maniera diversa a cogliere sfumature del mondo (ma se allora è anche un problema di educazione prendiamocela pure con noi stesse madri di figli maschi cresciuti come piccole principesse “col” pisello. Per la cronaca, io ho tagliato per ora la testa al toro generando una femmina.)
E’ che siamo state abituate per millenni a darla via al primo celebroleso che ci dimostrasse un pò d’affetto, che ci guardasse con l’occhio umido e lesso, e noi lì già pronte a stirargli la divisa da cavaliere da indossare subito senza perdere tempo. E queste cose si pagano prima o poi. Perchè la divisa gliel’abbiamo messa noi insieme al trucco e ai cotillons. E quando la commedia non regge non è proprio colpa dell’uomo bastardo (che magari è solo irresponsabile per avere accettato una parte non congeniale), ma un pò anche di tutta quella fatica tipicamente femminile, sprecata negli anni a strofinare l’ottone per farlo diventare oro. Ma tant’è. Non è che magari lo sapevi che era ottone e poi anche tu proprio oro non sei e quindi cosa vai pretendendo??
Vedo invece tanti uomini gentili. Certo la sorte ha riservato anche a me una buona dose di bastardi, ma in numero decisamente inferiore a quelli che invece mi hanno resa più bella e più forte.
E anche i bastardi, diciamola tutta, sapevo quanto lo fossero e forse proprio per questo mi ci trastullavo e facevo finta di nulla vittima anche io della profezia “Io ti salverò, e qualora non ci riuscissi godrò al pensiero del mio sacrificio votato ad una causa così nobile come quella dell’amore impossibile”.
Vedo intorno a me uomini miti e smarriti, spaventati da tanta arroganza e rivalsa spacciata per autonomia, spesso sessualmente inibiti per l’aggressività di donne pretenziose. Ho conosciuto uomini con moti d’entusiasmo e d’amore davvero commoventi. Straordinariamente umani. Ho visto uomini ricostruirsi dalle macerie di fallimenti finanziari e familiari, con un coraggio che spesso nella vita a me è mancato (e ho visto anche donne farlo, con la differenza che di loro però si parla più spesso). Vedo uomini che imparano ad essere padri senza che nessuno glielo abbia insegnato mai, nonostante la paternità (al contrario della maternità) da una generazione all’altra sia radicalmente cambiata e diversamente interiorizzata. Padri mossi a volte dal dovere essere, è vero, ma molto più spesso e sempre più spesso mossi dalla volontà di costruire spazi pensati per i propri figli.
Mi da sicurezza, per usare un luogo comune, quella concretezza tipica della logica maschile, quella pacatezza del non riuscire a fare quasi mai due cose per volta. M’inteneriscono certe distrazioni, che non sono quasi mai superficialità, ma diverso modo d’intendere le cose. Mi piace l’istinto che muove l’uomo nella sua tana, quella sua fragilità che lo porta ad attaccarsi al nido come le cicogne.
Poi certo ci sono quelli proprio carogne nel dna, e questo è un altro discorso e vale di solito per tutto il genere umano, ma quando sono stata tradita o ferita, i colpi più indigesti mi sono stati serviti dalle amiche o dalle colleghe, perchè da loro proprio non me li aspettavo.
Ai malevoli che lo pensassero, no, non sto cercando marito. Ne ho già uno. Una specie di invertebrato che evolve verso forme più complesse riuscendo ad assomigliare ad un bradipo intontito dal valium. Di solito arriva, si spalma sul divano assumendone forma e colore, blu pervinca, e non emette suono per ore, qualsiasi cosa succeda. Talvolta indosso il costume di Jessica Rabbit, talvolta mi si ammosciano le orecchie come Roger Rabbit, ho provato con la cucina e la seduzione. E si che ci provo a spiegargli delle mie solitudini, della fatica delle incombenze del quotidiano, ma questa volta ho deciso. Dopo avergli sfracassato tutti i giochi della x-box, e avere tagliuzzato la scheda sky, ho fatto la valigia. Me ne vado con mia figlia. E naturalmente non gliela farò vedere più.

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categorie: umorismo
mercoledì, 19 dicembre 2007

Io vado via

Ti prendo ancora le mani

socchiuse in pugni a tratti serrati

 

         dischiuse per pochi attimi

-neanche il tempo di una carezza

di tiepido accordo di brezza –

 

Attendo distendersi i tratti del viso

li vedo quegli occhi furenti

trattengono ombre e persone

 

-possiedono senza averne ragione-

 

Ho atteso

-         in lunghe distanze lontana da me

rinchiusa nei tempi d’indugio e di dubbio –

 

il ricomporsi agrumato dei primi pensieri felici

l’ora smussata da ogni graffio insolente

il tenerti le mani e lo sguardo sorpreso

 

-e sospeso di noi-

 

E non c’è tempo, non più, non oltre di me

per attendere ancora i palmi distesi

 

Sbatti i tuoi pugni insolenti sulla lapide incisa

del tuo nome e del mio.

 

Io vado via

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categorie: poesie, amore