Per un sacco di tempo ho raccontato a me stesso che quella donna era fuori dalla mia vita.
L’ultima volta che l’avevo vista l’avevo tenuta stretta tra le braccia, sul marciapiede del binario 13, stazione centrale, Milano. Sentivo la pelliccia morbida del suo bavero mischiarsi alla morbidezza dei suoi capelli ramati, e sentivo le sue lacrime bagnare le mie, mentre la stringevo forte, tenendola in equilibrio sui suoi tacchi troppo alti e precari.
Lei piangeva, abbandonata a me, perché sapeva che era l’ultima volta che mi vedeva, che mi strattonava, che si scompigliava i capelli strusciandoli sul mio cappotto.
Lei lo sapeva.
Io no, andavo a studiare in un altro paese, andavo per lei, per noi, per i bambini che avevamo sognato, come tutti quelli che sognano di riprodursi e generarsi ancora prima di conoscere qualcosa di se stessi che valga la pena di rigenerare.
Io salivo sul treno e ricordo il suo viso tra i tanti, confuso, lo vedevo velato dalle lacrime che non avevo mostrato per orgoglio ma che adesso risalivano leste dalle pareti primordiali della mia emotività fino alle iridi, ricordo bene quel piccolo corpo sperduto nella confusione di zaini, valige, capistazione, personale, gente, ragazzi, comitive.
Io ricordo che andavo per noi.
Per mesi rimasi aggrappato a quel momento, uncinato nella carne dei miei pensieri e delle mie debolezze; per settimane, non seppi dire dove lei fosse o cosa facesse. Per anni aggrappato al sopravvivere, nelle mie ore di pausa, nelle lunghe serate a pensare nella mia nuova lingua, a studiarla, non sapevo dire nient’altro a me stesso se non che quel pianto irrefrenabile in quel binario era solo il pianto d’addio di qualcuno che avrebbe voluto dire, appunto, addìo, con colpa e sollievo. Né gli amici potevano aiutarmi giacchè Sofia era sparita anche dalla loro routine.
Diversi anni dopo quando tornai in Italia, con il mio dottorato e il posto in università, ero sposato con Corinne, avevo due bambini, Jean Luc e Rose.
Corinne mi aveva sedotto a Parigi durante un congresso, tra il 2° e il 5° piano dell’Hotel Jardins d’Eiffel appoggiando la sua mano sul mio sedere e baciandomi per tre piani senza neanche darmi il tempo di reagire, di reagire lì in quel contesto ottuso quanto può esserlo la gabbia di un ascensore.
La seguii fino alla camera 34 in preda ad un istinto tropizzato, come i salmoni che risalgono la corrente e io risalìì dai suoi piedi, centimetro dopo centimetro in ogni angolo della sua pelle, richiamato dal suo sesso fino a penetrarla e gemere per quelle mani affusolate che mi solleticavano, incalzavano il ritmo come un fantino col suo cavallo, e io docile mi abbandonavo al suo silente volere.
Pensavo fosse il diversivo di una notte, il conseguimento dei miei sforzi e del mio lavoro, la ricerca scientifica, i congressi, le carte di credito, una colta e bella donna che ti rimorchia in ascensore senza l’ossessiva ricerca del perché, del se e del ma.
Invece nacque Jean Luc, e ancora prima il nostro matrimonio.
Voluto, pensato, amato, terribilmente invidiato. E poi la piccola Rose.
Un giorno Corinne cadde a terra.
Ischemia sentenziò il primario della clinica privata dove la ricoverai d’urgenza. Corinne era sprofondata in uno stato di sonno profondo.
Durante un pomeriggio entrò per il suo turno l’assistente del cardiologo.
Ero girato di spalle verso la finestra, ma in un attimo percepii qualcosa di familiare e antico muoversi fra le molecole di quella stanza e riconobbi nel riflesso della vetrata il profilo di Sofia che avanzava verso Corinne.
Mi girai di scatto.
Ed un turbinio di pensieri cominciarono ad affastellarsi confusi sullo zerbino felpato della mia lingua e della mia voce, schizzando fuori scomposti, quasi senza logica, “Cosa ci fai qui tu?” “Dove sei stata?” “Perché sei sparita?” e non aspettavo le risposte che subito la premevo con qualcos’altro qualcosa che riaffiorava dalle stamberghe della Normandia, o dalle lunghe passeggiate sulla Senna a gorgogliare dentro come quelle acque gelide.
Sofia aveva avuto il linfoma di Hodgkin, lo sapeva da poco quando ci salutammo quel lontano pomeriggio d’inverno, non voleva ostacolare la mia carriera, non voleva che io rinunciassi a niente di me per seguirla nelle sue lunghe e interminabili cure, aveva subito in seguito una mastectomia, ma era riuscita a laurearsi e in tutti quegli anni aveva pensato soltanto alla sua vita.
Per non vedere nessuno intorno a lei preoccuparsi. Per non subire pietà e compassione.
Così lei mi aveva raccontato nella sala d’aspetto, con un bicchierino di carta oleoso emanante fragranza di caffè rancido di macchinetta.
In quei pomeriggi, surreali, una donna scomparsa era riapparsa e una che invece era scomparsa non sapevo se sarebbe riapparsa, e per quante cose io mi domandassi, ero certo di non avere mai dimenticato Sofia, sapevo di essermela portata dentro tra le lacrime e le emozioni, e per quanto amassi Corinne, io ero sprofondato nel pozzo della vigliaccheria per non averlo capito prima, e per quell’assurdo desiderio che Corinne non si svegliasse più mi sentivo scivolare in un enorme barattolo di tristezza, a cui qualcuno, per pietà avrebbe dovuto mettere un tappo sigillandolo e buttandolo via.
Corinne invece si risvegliò come i ranuncoli e le gemme di primavera, uscì dal suo fragile guscio, e la sua pelle, da membrana trasparente a disvelarne le trame e le vene, tornò solida e levigata.
Rividi Sofia più volte e più volte avrei voluto baciarla.
Ma sono un vigliacco, mi aggrappo a Corinne e ai bambini, ci sto attaccato come un rifugio di madreperla, di conchiglia, nascondendomi dietro il sudario sacro della famiglia. Non è amore.
L’amore, da sempre, ora lo so, è Sofia.
E forse non è neppure responsabilità, che non c’è responsabilità a sopravvivere con il surrogato di qualcun altro.
Sopravvivo.
E l’odore di Sofia, non se ne va, non va più via.
Forse vado via io con lei.
Perché io ero partito per noi.
E' disponibile il libro della mia amica Nuccina.
Di lei ho ampiamente detto nella prefazione che ho avuto l'onore e il piacere di scrivere, e che si può trovare online nella scheda di presentazione del libro. A Nuccina i miei auguri.
Nuccia di Giuseppe
A trattenere a morsi la tua idea
In seguito ad una serie di fallimentari esperienze all'interno di siti letterari, nei quali ho avuto la piccata presunzione di leggere e pubblicare testi con l'insopportabile audacia di dirne in senso critico, analizzando sintassi e io narranti, e ricevendo in cambio l'intera collezione di virus trojan e processi per pubblica impiccagione, oltrechè l'allontanamento immediato con la camicia di forza, mi sono permessa di stilare un agile trattato volto a orientare le fragili personalità che si aggirano sul web con la presunta vocazione alla scrittura d'autore (o autroce).
Manuale pratico dell’habituè da salotto letterario in 10 piccole strategie.
1) munitevi di pc e di una connessione ad internet e cercate un sito letterario il cui nome vi susciti simpatia, tipo scrivicomio, inpuntadipena o versieprozac.
2) scegliete un nick che corrisponda alla vostra vera natura, tipo marylin, gilda, moana, soprattutto se bazzicate attorno alla cinquantina e indossate comodi calzari del dr. Sholl. Se invece maschi, non incapponitevi sui soliti stereotipi che rimandano a dimensioni falliche, tipo duracell, redellaforesta, telopongo e così via, ma adottate un neutro nomecognome anche diverso dal vostro. E’ più rassicurante.
3) Scrivete qualcosa. Non importa cosa, nè la forma. Che sia qualcosa di originale però: scrivete di foreste che stormiscono e di gabbiani che si levano stanchi dalla battigia, di amore e cuore. Se non vi viene in mente nulla, un buon manuale del liceo provvederà alla vostra lacuna. Basta cambiare qualche parola, tanto la Merini o Capasso nessuno sa chi siano. Abbiate cura di scegliere un titolo accattivante meglio se rifinito da simboli grafici (puntini, trattini, asterischi, cuoricini).
4) Corredate le vostre pubblicazioni di sontuose immagini, files, graffiti postmoderni, inserite liriche (e se non sapete farlo, come me, imparate cazzo!) e tutto quanto vi suggerisce la fantasia per distogliere al più presto l’attenzione dal testo improponibile che invece, puntigliosamente viene proposto. (Ricordate il valore del testo è inversamente proporzionale alla grandezza dei files allegati ad esso)
5) Commentate. Prendete in esame tutte le pubblicazioni del giorno e lasciate un commento adorante, foss’anche un commento di solidarietà ad un pezzo di reclamo sulla fossa asettica mal funzionante nel condomio di via dei condotti 12 di Novara, scala b.
Non dimenticate di sottolineare che il pezzo è fortemente evocativo, che non avete mai letto niente di simile, che pur non capendo siete stati travolti dalla liricità. Se è un pezzo di prosa procedete nello stesso modo.
6) Se non vi viene in mente nulla da dire, perchè succede spesso che non si sappia cosa dire votate senza commento. L’autore contento non si domanderà il motivo di un apprezzamento senza motivazione (la quale poi dovrebbe essere il fine della pubblicazione stessa)
7) Se entrate in conflitto con qualcuno perchè dopo 18 letture demoralizzanti non ne potete più e vi scappa un "non ho gradito", installate immediatamente un buon antivirus, l’ultimo di nuova generazione, perchè sicuramente l’utente, non gradendo l’esternazione, non solo non si limiterà a darvi dell’analfabeta ma ve ne invierà uno di virus, maledetto, entro le successive 24 ore. (Perchè pur ignorando le regole base della narrazione loro sanno usare un computer e sanno come fare, mentre noi che non lo sappiamo usare non riusciamo a capire cosa significhi avatar e invece di caricare un’immagine scarichiamo il provino della velina di Briatore)
8) Se siete battitori solitari, createvi subito un giro di fans, anche finti, clonatevi, fingete dibattiti inesistenti, la vostra popolarità salirà alle stelle.
9) se siete donne buttatevi sull’eros. Se siete uomini va per la maggiore la narrativa umoristica e la dichiarazione d’amore. Se non siete nè l’uno nè l’altro siete nel posto giusto e potete impersonare chi vi pare.
10) Se vi viene la subdola tentazione di dire la vostra con cognizione di causa ingoiate subito una rana. Fate invece finta di capire tutto, ricordandovi che in fondo è solo un sito di scrittura e non è il caso di occuparsi di noiose divagazioni come sintassi, figure retoriche, contenuti, stile, ortografia e quant’altro. Vi eviterete noiose mail di insulti
...e soprattutto: mai stringere amicizie con l'amichetto/a del cuore dell'Admin o dei suoi amici/che. Dopotutto è solo chat!!
E adesso che mi stai guardando con quegli occhi acquosi e appannati, confusa e immobile come una lepre in mezzo alla strada, di notte, sotto la luce di fari sguaiati, e adesso che è notte e la luce del soffitto ti smarrisce, e cerchi confusa l’odore della mia pelle tra odori alieni, e adesso che siamo qui io ho quasi paura di respirare, perchè mi pare di non avere mai respirato così tanto, ogni fiato un colpo sempre più forte, ogni colpo la vita che rivendica vita con i miei respiri e tutta la forza che non mi pareva di avere, fino al tuo gemito, al suono sentito mille volte, e immaginato, accarezzato con tutti i miei sogni, la tua voce che si fa strada tra la follia della paura di quest’attimo. Perché è follia pura questa, e al diavolo tutte quelle tiritere sulla naturalità e sull’incanto dell’evento che sfuma i toni violenti del momento. Violenti di tinte di fuoco che il dolore non è bon ton, la gioia non è sfumata di pastelli, è giallo intenso di mezzogiorno, la stanchezza, la forza, lo stordimento, un attimo prima non ci sei, sei un’idea, un senso carnale, e poi eccoti qui attaccata al mio seno turgido e gonfio, stordita dall’aria che asciuga, dalla luce di neon intensa – e, amore mio, ancora non sai cos’è il sole - ed io stordita insieme a te, tra queste facce di gente che fa il turno di notte, e anche questa è fatta, e le lenzuola anonime come i muri.
E insieme a te, anche il dolore sopito, e al quale tu toglievi ossigeno dentro di me, schiacciandolo a poco a poco in qualche anfratto remoto delle mie viscere, ecco quel dolore dirompente ti ha seguita e si è materializzato, si è dilatato di tutto il tempo e lo spazio negatogli e ha rivendicato di essere guardato e riconosciuto.
Ha presentato il conto.
E ho dovuto ricordare.
E da lì l’abisso.
Se per un attimo dovessi cedere alla forza tracotante che mi trascina verso il nulla, il dimenticatoio eterno, se per un attimo lo facessi, o se per disgrazia un malanno oscuro e improvviso dovesse togliermi di torno, tu non sapresti mai nulla di me, e quindi anche di te stessa, e allora il primo dovere è sopravvivere alla morsa del dolore e dell’angoscia e ricordare per dirti, perché tu sappia chi è tua madre e chi sei tu, perché nessuno te lo racconterebbe, nessuno saprebbe mai dirti chi sono e perché tu sei.
Qualcuno ti fornirebbe sterili pacchetti preconfezionati e decomposti di verità apparenti, inconsapevole della mia dignità e della tua ti provvederebbero un’unica melodia distorta ma persuasiva di balocchi e di marionette.
Qualcuno che pensa di avermi guardata, senza avermi vista mai.
da "L'amore che ti sceglie" di Patrizia Cadau - cap. I -
“Questo zoo mi disorienta ogni giorno di più. Ormai ne ho perso la misura e ciò che vedo mi pare solo scenografia patetica di cui non m’importa una sega” disse il professor Giulio Bertelli
“A chi si riferisce professore?” sbottò irritato il preside “Questa è la sua solita, criptica, irritante provocazione su di me e sul collegio docenti? Sulla scuola? Sulla società? Su chi professore? Siamo noi lo zoo? Gli integrati inconsapevoli contro il solito apocalittico illuminato?”
“Si, più o meno. Intendevo proprio questo. E per zoo, ad essere precisi, intendo proprio, fuor di metafora, la fauna variopinta che mi circonda. Buona parte dei colleghi, degli allievi e delle loro famiglie. La chiami sindrome di burn out, la chiami spocchia, o cinica disillusione di un uomo ormai in andropausa. Apocalittico, comunque si, ma non rassegnato, ed è questo il mio problema.” Prese fiato, il professor Bertelli, sbottonandosi la camicia e tirandosi su le maniche.
L’occhio prese le distanze dallo sguardo attonito del Preside, e cominciò a girovagare per l’ufficio, soffermandosi ora su una figurina di Botero, appesa in modo asimmetrico tra una pianta di ficus benjamin e la piccola scrivania d’appoggio per fotocopiatore e fax, ora sulla mollezza caduca della bandiera italiana a solleticare la canicola in bianco e nero del Presidente della Repubblica.
Il preside si ravvivò il ciuffo brizzolato, fece un lungo respiro e assunse il tono pacato, confidenziale e bonario che si utilizza di solito per riportare all’ordine l’indisciplinato di turno:”Va bene, Giulio, ascolti, io il suo smarrimento lo capisco, ci ho fatto i conti diverso tempo fa, e in fondo condivido il suo disprezzo verso un sistema di cose asfittico, ma è così, e conviene far buon viso a cattivo gioco.Le chiedo semplicemente di mantenere un comportamento corretto in classe, di occuparsi dei programmi ministeriali, di lasciare perdere le apologie politiche, di non urtare le famiglie criticando costantemente i loro modelli educativi. Insomma, ha capito, non mi metta più in imbarazzo”.
“Guardi che dovrebbe sentirsi in imbarazzo non per i miei comportamenti ma per quelli di ben altro tipo di sottoposti che si ritrova a scuola” ironizzò Bertelli “Io faccio il mio dovere. Sono un insegnante, un educatore e non mi viene di essere altrimenti. Sento l’esigenza di…”
“…di contribuire ad una dialettica formativa che inquadri in un paradigma critico le fenomenologie sociali prive di valori bla bla bla” lo interruppe il preside con sarcasmo “Lei vuole combattere contro i mulini a vento. Prego si accomodi. Non voglio essere trascinato in questa battaglia assurda, non me ne frega più nulla di questi discorsi, di questi ragazzi, se fumano o no. Lo vogliono fare? Che lo facciano fuori. Mica gliele pago io le sigarette. Chissenefrega se sono sempre al telefono, mica glieli compro io i cellulari e nemmeno pago le loro bollette. Sono d’accordo i genitori, no? CHE SI FOTTANO, Bertelli, ecco l’ho detto. E ora accusi me di andropausa. Non voglio problemi, ne ho già abbastanza per conto mio. Le chiedo di scendere a compromessi con la realtà quando è a scuola. Fuori combatta pure le sue battaglie come meglio crede. Qui la prego di no.”
Il professore attese il cambio dell’ora in sala docenti buttando occhiate vaghe e distratte su un quotidiano dimenticato da qualche collega sul grande tavolo rettangolare che occupava buona parte della stanza. Una mano sulla spalla lo sorprese a pagina 48 tra un articolo sull’eliminazione di Magda e Chantal dal Grande Fratello e un’intervista a Fiorella Pupparini sul suo ultimo flop televisivo. Titolo “Non l’ho mai data via per lavorare e mi chiudono il programma”
“Giulio, ti disturbo?” la voce accompagnò la mano come in una carezza
“No Roberta, Buon giorno. E’ da parecchio che non ti vedo. Stai bene?”
Giulio e Roberta, forse una vita prima, erano stati compagni di liceo e di alcune avventure universitarie. Si erano poi persi per rintracciarsi l’anno prima, quando Martina, la figlia di Roberta, si ritrovò in classe il professor Bertelli come docente di italiano.
“Giulio Bertelli??” aveva esclamato Roberta. “E’ stato trasferito al Liceo Calasanzio?”
“Si mamma” aveva risposto Martina “Lo conosci?”
“Si, siamo stati amici quando avevamo la tua età. Poi so che si era trasferito a Milano, e per tutti questi anni non ne ho più saputo niente.”
Rimediare alla lacuna fu facilissimo per Roberta: in poco tempo venne a sapere che il suo primo amore era tornato in città dopo la separazione da sua moglie, dalla quale aveva avuto una figlia, ora sedicenne, che trascorreva la maggior parte del tempo con lui.
Si erano scambiati anche qualche visita cordiale, nulla di impegnativo. Roberta lo aveva presentato ad alcuni amici invitandolo a casa per qualche cena informale e Giulio si sentiva in obbligo nei suoi confronti per quella discreta accoglienza che lo aveva fatto sentire meno solo nei primi mesi del suo ritorno.
“Si, Giulio, diciamo che sto bene. Volevo parlarti di Martina”
Giulio guardava Roberta e non riusciva a cogliere quale fosse la stonatura, l’evidente dettaglio che rendeva anomala la percezione che aveva di lei. Non era il taglio di capelli né il colore, no, era qualcos’altro.
“Che ha Martina? Non mi sono accorto di nulla. Studia come al solito, troppo nozionistica e poco critica, ma insomma, non ho notato variazioni nel suo comportamento”.
“Suo padre è tornato a farsi vivo. Sai la solita tiritera dell’uomo alla ricerca di se stesso, del rapporto da costruire, e quanto mi sei mancata e dobbiamo ritrovarci, come se la cosa dipendesse dalle paturnie delle giovani ovaie di Martina e non dalla stronzaggine e immaturità cronica di quell’uomo di merda”.
“Non so che dirti, io non ho notato disagio o comportamenti sospetti”
Giulio cercava di concentrarsi sull’ennesima richiesta di attenzione di Roberta ma la sua mente tentava di risolvere l’anomalia percettiva che gli rendeva inconsueta la figura di lei.
“E’ socievole come al solito, niente esibizionismi, educata, non la vedo particolarmente sofferente”. Giulio esitò, ma non riuscì a trattenersi “A meno che il disagio sia solo tuo. Martina magari non da alla cosa lo stesso peso che dai tu. Forse c’è abituata, forse non ha ancora trovato gli strumenti per elaborarlo come un problema.”
“Un mio disagio? Ma di cosa? Io ho chiuso quel capitolo anni fa te l’ho già detto. Quel figlio di puttana del mio ex marito non è PIU’ un MIO problema, no, assolutamente, ognuno per la sua strada, E DA TEMPO, non nutro nemmeno rabbia, no mi fa pena, ecco, la mia è preoccupazione per mia figlia perché per il resto provo solo indifferenza, si, indifferenza” e ripetè quest’ultima parola con ostinata convinzione.
“Ok, ok, dicevo così per dire, per evitare di fossilizzarci su un’unica interpretazione”.
Lo sguardo di Giulio cascò su un curioso ciondolo ellittico schiacciato nell’incavo dei seni.
Le tette, cazzo si-è-rifatta-le-tette.
Il particolare rivelatore apparve in tutta la sua rotonda evidenza.
Ora la sua attenzione era definitivamente compromessa.
“Ho combattuto tanto per la mia autostima, ma adesso posso dire a voce alta di essere una donna sicura. Mi piaccio, insomma, e ho accantonato definitivamente il ricordo di lui e di quello che ero con lui”
“O si, non stento a crederlo” annuì lui sornione.
“Comunque, ti prometto che terrò d’occhio Martina e al minimo segnale sospetto ti faccio sapere, d’accordo?”
“Grazie Giulio. Tua figlia come sta?”
“Bene, credo. Stasera va da sua madre per il week end. A proposito di rapporti da ricucire”.
Roberta sorrise e gli prese la mano stringendola. Entrambi indugiarono su quel contatto con imprecisa soddisfazione. Stava per scomparire dietro la porta, quando rientrò.
“Senti, se domani ti fa piacere potremmo vederci nel pomeriggio. Non ho voglia di pensare alla mia bambina da quello lì. Ho bisogno di qualcuno che condivida il mio disagio” lo disse – il mio disagio- senza neppure accorgersene.
“Si, il tuo disagio. Ci vediamo domani e stai tranquilla” cercò di rassicurarla Giulio accompagnandola nel corridoio..
Fece in tempo a notare la nuova andatura fiera di lei che si allontanava verso l’uscita. Certo aveva anche un bel culo. Non ci aveva mai fatto caso prima. Non così almeno, non in modo così fisico. Nel senso che dell’estetica di quel posteriore in quel preciso istante non se n’erano accorti soltanto gli occhi e una mente distratta.
Il suono della campanella sopraggiunse inaspettato come la pubblicità durante la scena d’azione di un film. In un attimo, il professor Bertelli raggiunse la seconda c.
“Buongiorno ragazzi”
Lo accolse il solito coro svogliato e monocorde.
In aula odore di fumo e smalto per unghie.
“Volontari per l’interrogazione di oggi?”
Un ragazzone alto e allampanato si alzò dall’ultima fila.
“Ma bene, non posso credere ai miei occhi Franchelli. Non dovrò inseguirti fino alla fine del quadrimestre per interrogarti”
“No, prof, mi sono alzato per andare a chiamare a Beppe, sta telefonando. E’ lui il volontario.”
“No no no, porca miseria, no!!”
“No nel senso che non posso uscire?”
“No, quante volte ve lo devo dire? Non si dice chiamare a qualcuno, ma chiamare qualcuno, cribbio. – andare a chiamare Beppe, quindi, non a Beppe –“
Franchelli aveva lo sguardo scompaginato, con i lineamenti in disaccordo tra loro, come se un grande petardo gli fosse esploso troppo vicino alla faccia. Giulio si ricordò dei suoi sedici anni e fu assalito da una profonda pena per tutto quel tempo buttato da lì in avanti a tentare di fare pace con i brufoli e l’eiaculazione precoce.
“Vabbè prof, comunque viene lui. Lo chiamo?”
“Si vai. E poi” continuò con la testa ciondolante tra le mani “non è solo lì che v’inciampate, no, tutti i verbi transitivi me li ammazzate con un complemento di termine, tutti, sempre, e le k nei temi, e come possiamo parlare di letteratura se siamo ancora alle prese con la grammatica?”
Una quarantina di occhi inespressivi erano chiaramente fissi su di lui, ma senza che ci fosse una reale partecipazione del resto del corpo a quella primitiva forma di comunicazione.
Al professore, come da parecchio tempo ormai, pareva di essere entrato in uno di quei percorsi a senso unico dai quali non è più possibile trovare l’uscita. Si esprimeva in una lingua che non veniva compresa e difficilmente riusciva a comprendere quella degli altri. Gli capitava di temere di venire aggredito in classe, magari mentre era di spalle alla lavagna, oppure di essere inseguito nei bagni da qualcuno munito di videocamera. Era perennemente infastidito, in costante oscillazione tra la difesa e l’offesa senza mai trovare pace in una mediazione che gli desse la sensazione di avere fatto o detto la cosa giusta. Quell’universo per il quale aveva speso tempo, entusiasmo ed energia gli era diventato insopportabile e ostile. Ne aveva preso consapevolezza una mattina, recandosi a scuola. Attraversando a piedi una via pedonale secondaria, nel centro storico, aveva sentito distintamente le chiacchiere di un trio di ragazzine. Non avevano più di quattordici anni. Erano sedute su una panchina di pietra. Una si era sfilata una scarpa, una ballerina verde di pailettes, per massaggiarsi un tallone.
“Ehi, guarda qua che peli lunghi hai sul ditone” le disse la ragazzina vicina.
“Perché non hai visto quelli che ho nella figa e nelle ascelle” le rispose.
E giù una risata collettiva, vagamente isterica e intermittente. Nessun imbarazzo,nemmeno nel momento in cui il professore intercettò il loro sguardo. Anzi la risata si fece ancora più spregiudicata e grossolana. Quelle ragazzine non erano diverse nei modi dalle tante che si presentavano ogni giorno a scuola, o dalle tante bambole volgari che negli anni avevano sostituito le barbie nell’immaginario estetico femminile. O dal ruvido e plastico universo mediatico.
Franchelli ritornò in classe.
“Sta arrivando prof. Ha detto che stava salutando a Chiara. Arriva subito”
Nessuna reazione della classe.
“Puoi ripetere per favore?”
“Stava salutando… Chiara, prof, senza la a”
Gli parve di cogliere un lampo, un guizzo di presenza nel suo alunno, ma fu troppo rapido per averne certezza.
Durante l’interrogazione, tutti continuarono a sonnecchiare nel solito torpore, tra vibrazioni di telefonini e brusio soffuso.
Il giorno successivo, nel tardo pomeriggio, Roberta si presentò a casa di Giulio.
Indossava un sorriso smagliante e un tailleur sobrio e intrigante nell’assecondare quella nuova pienezza.
“Hai fatto proprio bene a venire. Neanche a me sarebbe piaciuto stare da solo stasera” disse lui con estrema franchezza.
La invitò a sfilarsi la giacca e porgergliela e non potè fare a meno di soffermarsi su quel nuovo particolare che lo incuriosiva.
Un pensiero bastardo s’infilò tra gli altri mettendolo in crisi. Erano bastate due tette nuove per indurlo a guardarla con maggior partecipazione? Roberta era fragile certo, di quelle fragilità tipiche delle donne con vite disperse su più strati, il lavoro, la figlia, se stessa, il desiderio di stabilità affettiva, insomma una donna contraddittoria e in perenne ricerca di equilibrio; ma aveva comunque una sensibilità estetica che aveva saputo coltivare negli anni con determinazione e passione, una certa raffinatezza culturale che rendevano piacevole e stimolante la sua compagnia. Era anche una bella tipa. Insomma si stava accorgendo di lei solo per quell’elemento in fondo trascurabile?
“Cosa c’è Giulio? Mi stai fissando negli occhi con un’espressione curiosa”
“Nulla, pensavo alla zuppa, è sul fuoco. Sai ho preparato una zuppa di cereali. Mia figlia dice che la faccio buonissima, con la pancetta e anche un po’ di vino bianco. Vado di là ad appoggiare le tue cose e intanto do un’occhiata”.
Roberta rimase da sola nell’ampio soggiorno della graziosa villetta di Giulio, che un tempo era stata della madre. Si specchiò alla finestra prima di sedersi sul divano blu a quadretti. Si controllò l’alito appoggiando la mano a coppetta sulle labbra, e si soffermò a guardare una tela appesa sopra il caminetto: una figura femminile morbida e aggraziata, nuda su cuscini colorati, in uno spazio aperto con il mare alle sue spalle. Una tazza fumante tra le mani.
Roberta si accomodò meglio godendo di quell’improvvisa sensazione di calma e benessere.
La cena scivolò impalpabile tra racconti di ricordi comuni, pettegolezzi, recensioni di libri letti, e confidenze sulle rispettive figlie e reciproche difficoltà dell’essere genitori.
Continuarono a chiacchierare poi in soggiorno, tra una crema di liquirizia e un limoncino.
Giulio osservò che Roberta si era sbottonata la camicia. Un solo bottone, tanto però era bastato perché i suoi occhi cadessero ancora con antipatica insistenza su quel dettaglio. Antipatica per lui, per la debolezza che implicava..
“Ho voglia di baciarti” lo anticipò lei con lo sguardo euforico di alcol e desiderio
“Si non sarebbe una cattiva idea” rispose Giulio avvicinandosi. Non era la prima volta: ricordavano entrambi un altro bacio, forse più curioso e spensierato. Giulio si chiedeva perché non gli fosse venuto in mente prima di farlo: il sapore di limone sulle labbra e quel petto morbido che premeva contro il suo gli sembravano in quel momento tutto ciò di cui aveva bisogno per vivere. Sentiva pulsare tra le sue gambe l’urgenza di saziarsene e continuando a tenere la lingua nella bocca di lei riuscì a spogliarla della camicia e del reggiseno. Affondò con la faccia tra i suoi seni, spremendoli con le mani e in quell’istante, mentre lei sobbalzava con un fremito di piacere, sentì chiara la protesi. Immediatamente si ritrasse.
“Che c’è Giulio?”
“No, nulla, ti… ti… ho fatto male?”
“No perché avresti dovuto?”
“Perché lì per lì, ecco, mi è parso, cioè… non dev’essere molto che hai subito l’intervento e…”
“Te ne sei accorto?”
“Si, da ieri… Stai benissimo, davvero, e… ecco, ho notato che stavi benissimo e…”
“Quindi hai pensato a me in modo diciamo diverso perché hai notato le mie tette?”
“Si, cioè, no, sei una donna davvero straordinaria e…”
“Grazie Giulio, mi hai dato tutte le conferme di cui avevo bisogno”
Lo sguardo entusiasta di lei lo lasciò disorientato.
“Volevo capire se potevo essere di nuovo seducente. Quest’intervento è stato il miglior investimento che potessi fare. Scusami se ho approfittato di te, ma avevo bisogno di un amico per capirlo, un amico che mi piacesse, anche, ma al quale piacere”.
“Una cavia semmai” aggiunse ironico Giulio.
Curioso, da osservatore di uno zoo a animale in gabbia, il passo era stato brevissimo. E in poco più di ventiquattro ore.
“Ero così prevedibile?”
“No ma era una bella sfida provarci. Peccato per l’interruzione. Ora mi sembra davvero una forzatura riprendere”
Giulio si sentiva un perfetto cretino. A lui dell’interruzione in quel preciso istante non gliene fregava più nulla. A quel punto se la sarebbe scopata ugualmente. Ma si alzò e si diresse in camera da letto per prendere la giacca e la borsa di lei. Si salutarono. Con malcelato imbarazzo lui, con allegra spontaneità lei.
Non si sentirono più. Capitò d’incontrarsi a scuola, ma lui evitò qualsiasi altro tipo di contatto. In qualche modo quell’episodio si era conficcato nel fortino della sua autostima e delle sue certezze rendendolo particolarmente vulnerabile.
Una sera gli capitò di andare a cena con un collega. E non fu sorpreso quando la vide in un tavolo vicino al suo. Non fu sorpreso di quello sguardo, di quella camicia maliziosamente aperta in quel punto. E neppure fu sopreso dal suo accompagnatore. Il preside gigioneggiava di fronte a Roberta, e il suo sguardo bollito riportò immediatamente Giulio a quella sera, e il riconoscere nello sguardo di lui la medesima espressione fessa di se stesso, in quella medesima circostanza, lo precipitò in una serena rassegnazione. Forse quella degli integrati.
Ordinò dalla carta dei vini il migliore rosso disponibile.
“Festeggiamo qualcosa?” gli chiese curioso il collega.
“Una nuova consapevolezza” rispose Giulio, e nel dirlo incrociò gli occhi di Roberta, alla quale riservò un sorriso e una schicca d’intesa.
Non sono così presuntuosa da pensare che arrivi puntualmente ogni volta per farmi dispetto.
Ma arriva, e a questo punto della mia vita comincio a credere sia qualcosa di personale.
La tragicità dell’inevitabile s’insinua sordida e bastarda già a metà dicembre, quando, una volta definiti i giochi di Natale, incontri sempre il solito pirla che chiede: “E allora? Cosa fai a Capodanno?”.
E qui mi ci vogliono le proverbiali sette camicie di Ercole per costringermi ad un sorriso di cortesia pronto a deviare rapidamente verso l’urlo di Attila.
Io, che fino a quel momento avevo rimosso la questione Capodanno, proprio non ci avevo ancora pensato, sono tramortita dalla domanda che m’investe come la locomotiva di un treno senza controllo.
“Non lo so ancora” è la mia serafica e allusiva risposta collaudata negli anni.
Lascia presupporre in effetti la possibilità che si stiano valutando diverse soluzioni, mentre invece mi appare in tutta la sua monotona evidenza che l’unica opzione disponibile sia quella ripetitiva degli anni precedenti, e cioè l’andare a dormire un attimo dopo la diretta a reti unificate del messaggio del Presidente della Repubblica. Salvo svegliarmi poi un attimo prima la mezzanotte, per colpa di quel deficiente del mio vicino di casa armato fino ai denti di cartucce a salve con le quali decide di salutare l’anno nuovo.
La tortura di fine dicembre continua nei telegiornali.
Quest’anno non c’è informazione televisiva che non mi abbia messo a conoscenza del fatto che il caviale sia aumentato, che la maggioranza degli italiani preferisca lo spumante allo champagne, che una perturbazione proveniente dagli Urali porterà freddo in tutto lo stivale fino alla primavera.
Praticamente sono servizi cloni che si ripetono annualmente.
No. Questa volta ho deciso che passerò un capodanno fashion. Qualcosa da tramandare ai posteri. Da immortalare con stucchevoli immagini che mi consegnino alla storia con una giarrettiera rossa e un cappellino di pailettes a punta sulla testa.
Obiettivo numero uno: il look.
Decido di non tralasciare neppure un dettaglio e mi concentro sull’abbigliamento: passo in rassegna plotoni di abiti maculati, neri, drappeggiati, rossi, con spacchi, scollature, applicazioni di pietre e finti diamanti che pesano quanto un comodino e mi chiedo come si faccia a zampettare allegramente semiubriache con un comodino appeso al collo. Non importa, ne provo subito il minimo sindacale, una ventina quindi, ed è all’ultimo, che mi ricordo della perturbazione in arrivo dagli Urali e della mia cervicale. Rimedio subito con la ricerca di abiti che pur coprendo le spalle siano sufficientemente sexy. Mi colpisce un abito fumo (tipo la fuligine sui tetti di Genova Cornigliano), con maniche lunghe e dolcevita morbido, con un sobrio ghirigoro argentato: mentre lo indosso mi accorgo che l’abito non ha la schiena. Un pericoloso oblò largo quanto un’apertura del Colosseo arriva a malapena a coprirmi il sedere. Lo ripongo sulla gruccia perplessa. Quella che mi sembrava una maliziosa scollatura posteriore è in realtà una voragine impietosa sulle mie disgrazie.
Forse non è giornata. Mi concentro sulla biancheria intima. Forse tutto va a rotoli perchè è da lì che bisogna partire: la lingerie, certo, e il resto verrà da se.
Mi reco nel negozio sotto casa, una boutique yamamay: sono colpita da qualcosa che pare sia il must di capodanno. Un reggiseno rosso, profilato da un vaporoso boa di struzzo che lascia scoperti i capezzoli, i quali sono però coperti da due rigidi cuoricini rosa. Naturalmente coordinato con l’immancabile perizoma, anch’esso profilato nel giropassera col praticissimo peluche coordinato. M’immagino la fatica di reggere al prurito.
Poi m’imbatto in un delizioso negligé leopardato.
Familiarizzo con l’idea e dopo averne controllato taglia e rifiniture lo prendo. Ecco, sono già più contenta.
Male che vada mi sintonizzerò tutta leopardata sul messaggio del Presidente della Repubblica. Sicuramente una variazione rispetto agli anni precedenti.
A guardarsi in giro c’è da mettersi le mani nei capelli. Camminano impettite e indispettite con groviglio di puntute lame tra i pensieri e le parole, biascicando insopportabili frasi di livore atavico. Ce ne sono tantissime, molte sono mie amiche, sia ben chiaro, ma sicuramente non farete fatica a riconoscerle negli uffici, in ogni luogo di lavoro, nella sala d’attesa del pediatra o del ginecologo, all’interno delle vostre stesse famiglie. Parliamo di una categoria sociale singolare che va gonfiandosi come il ventre della balena comprensivo di Giona, di tutti i profeti biblici e gli dei dell’Olimpo: quella delle donne insoddisfatte e divorate dalla sindrome di Candy Candy, di Bridget Jones, dell’abbandono, dal pensiero ormai diventato quasi dogma imperativo alla luce del quale “l’uomo è un bastardo ed è tutta colpa sua”. Punto.
Costoro fanno squadra compatta e trasformano il concetto di delicato universo femminile in comitati di lamenti vittimistici che paiono uscire direttamente dalle ovaie senza passare per la ragione e il diaframma. Sono creature pericolosissime.
Apparentemente timide e incantate, sono capaci di tenerti bloccata al telefono per ore sull’assoluta mancanza di sensibilità del marito, compagno, fidanzato o ex di tutti questi. Capaci di vendette atroci come quella di impedire ad un padre di vedere i suoi figli. Ad un uomo innamorato di rifarsi una vita. Capaci di raffinatezze persecutorie al cui confronto le piaghe d’Egitto escogitate dal Buon Dio sembrano ostacoli di media difficoltà. Capaci di barattare la propria dignità con un assegno mensile di mantenimento (quando non necessario). Capaci di svendere la propria prole sull’altare del ricatto affettivo più bieco.
Ora, a parte che io ritengo sacrosanto il concetto per cui gli altri si comportano con noi come noi permettiamo loro, e quindi esiste la corresponsabilità anche di un rapporto che non funziona, e pertanto sarà vero che la persona con cui vivi non brilla di sensibilità ma anche tu però a dilaniargli le palle ogni sera con le giaculatorie dell’insoddisfazione, prova che ne so un negligè variopinto, oppure prova ad andartene; a parte che effettivamente il maschio per natura e cultura è educato in maniera diversa a cogliere sfumature del mondo (ma se allora è anche un problema di educazione prendiamocela pure con noi stesse madri di figli maschi cresciuti come piccole principesse “col” pisello. Per la cronaca, io ho tagliato per ora la testa al toro generando una femmina.)
E’ che siamo state abituate per millenni a darla via al primo celebroleso che ci dimostrasse un pò d’affetto, che ci guardasse con l’occhio umido e lesso, e noi lì già pronte a stirargli la divisa da cavaliere da indossare subito senza perdere tempo. E queste cose si pagano prima o poi. Perchè la divisa gliel’abbiamo messa noi insieme al trucco e ai cotillons. E quando la commedia non regge non è proprio colpa dell’uomo bastardo (che magari è solo irresponsabile per avere accettato una parte non congeniale), ma un pò anche di tutta quella fatica tipicamente femminile, sprecata negli anni a strofinare l’ottone per farlo diventare oro. Ma tant’è. Non è che magari lo sapevi che era ottone e poi anche tu proprio oro non sei e quindi cosa vai pretendendo??
Vedo invece tanti uomini gentili. Certo la sorte ha riservato anche a me una buona dose di bastardi, ma in numero decisamente inferiore a quelli che invece mi hanno resa più bella e più forte.
E anche i bastardi, diciamola tutta, sapevo quanto lo fossero e forse proprio per questo mi ci trastullavo e facevo finta di nulla vittima anche io della profezia “Io ti salverò, e qualora non ci riuscissi godrò al pensiero del mio sacrificio votato ad una causa così nobile come quella dell’amore impossibile”.
Vedo intorno a me uomini miti e smarriti, spaventati da tanta arroganza e rivalsa spacciata per autonomia, spesso sessualmente inibiti per l’aggressività di donne pretenziose. Ho conosciuto uomini con moti d’entusiasmo e d’amore davvero commoventi. Straordinariamente umani. Ho visto uomini ricostruirsi dalle macerie di fallimenti finanziari e familiari, con un coraggio che spesso nella vita a me è mancato (e ho visto anche donne farlo, con la differenza che di loro però si parla più spesso). Vedo uomini che imparano ad essere padri senza che nessuno glielo abbia insegnato mai, nonostante la paternità (al contrario della maternità) da una generazione all’altra sia radicalmente cambiata e diversamente interiorizzata. Padri mossi a volte dal dovere essere, è vero, ma molto più spesso e sempre più spesso mossi dalla volontà di costruire spazi pensati per i propri figli.
Mi da sicurezza, per usare un luogo comune, quella concretezza tipica della logica maschile, quella pacatezza del non riuscire a fare quasi mai due cose per volta. M’inteneriscono certe distrazioni, che non sono quasi mai superficialità, ma diverso modo d’intendere le cose. Mi piace l’istinto che muove l’uomo nella sua tana, quella sua fragilità che lo porta ad attaccarsi al nido come le cicogne.
Poi certo ci sono quelli proprio carogne nel dna, e questo è un altro discorso e vale di solito per tutto il genere umano, ma quando sono stata tradita o ferita, i colpi più indigesti mi sono stati serviti dalle amiche o dalle colleghe, perchè da loro proprio non me li aspettavo.
Ai malevoli che lo pensassero, no, non sto cercando marito. Ne ho già uno. Una specie di invertebrato che evolve verso forme più complesse riuscendo ad assomigliare ad un bradipo intontito dal valium. Di solito arriva, si spalma sul divano assumendone forma e colore, blu pervinca, e non emette suono per ore, qualsiasi cosa succeda. Talvolta indosso il costume di Jessica Rabbit, talvolta mi si ammosciano le orecchie come Roger Rabbit, ho provato con la cucina e la seduzione. E si che ci provo a spiegargli delle mie solitudini, della fatica delle incombenze del quotidiano, ma questa volta ho deciso. Dopo avergli sfracassato tutti i giochi della x-box, e avere tagliuzzato la scheda sky, ho fatto la valigia. Me ne vado con mia figlia. E naturalmente non gliela farò vedere più.
Ti prendo ancora le mani
socchiuse in pugni a tratti serrati
dischiuse per pochi attimi
-neanche il tempo di una carezza
di tiepido accordo di brezza –
Attendo distendersi i tratti del viso
li vedo quegli occhi furenti
trattengono ombre e persone
-possiedono senza averne ragione-
Ho atteso
- in lunghe distanze lontana da me
rinchiusa nei tempi d’indugio e di dubbio –
il ricomporsi agrumato dei primi pensieri felici
l’ora smussata da ogni graffio insolente
il tenerti le mani e lo sguardo sorpreso
-e sospeso di noi-
E non c’è tempo, non più, non oltre di me
per attendere ancora i palmi distesi
Sbatti i tuoi pugni insolenti sulla lapide incisa
del tuo nome e del mio.
Io vado via